Anastasio, quanto vale l’atto zero?

L'Atto Zero di Anastasio va in scena: dopo Sanremo è uscito il nuovo album dell'artista campano.

Ancora saturo dai fumi di Sanremo nemmeno fossi nella spa di QC Terme (non ci hanno pagato per la pubblicità, relax), mi accingo a parlare di un altro artista che ha calcato il palco più ambito e che ha toccato la scalinata più desiderata d’Italia: Anastasio.

Atto Zero è il nome del suo nuovo album, a prima impressione un titolo forte, impattante, risonante, che ci fa pensare a una sorta di big bang musicale . Ma sarà davvero così?

La legge del non rapper

Questa roba del rap è sopravvalutata, tutti vogliono diventare i nuovi Sfera Ebbasta e arrivare oltre oceano con la musica, ma perché non vi accontentate? Si può essere infatti degli artisti pur senza essere dei rapper, come dire, puri. Anastasio infatti non appartiene alla cerchia più ristretta del termine (tranquillo frate, anche io non appartengo al mondo mirabolante delle rime, batti un cinque simbolico).

Anastasio non si può catalogare in un genere stabilito a tavolino perché in Atto Zero passa dallo scrivere su mood prettamente cantautorali fino a sbizzarrirsi su suoni più rockeggianti, finendo a narrare con crudezza di particolari uno storytelling da ambientazioni cupe come un cantastorie di paese, di quelli che ormai non sono più in circolazione in quanto sono ormai morti e sepolti, e non di certo per colpa del Coronavirus.

Il disco è un concentrato di botte alla carotide, colpi di taekwondo e liriche portate allo spasmo, a voler per la sacrosanta e millesima volta allontanare Anastasio dal mondo delle crew, degli antichi b-boy e da tutta quella schiera di cose troppo underground per il mondo attuale: semplicemente abbiamo un tipo che si sfoga e non ha peli sulla lingua per manifestare il suo disadattamento al mondo circostante.

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Il giro di Do

Pensateci: quanto può essere facile un giro di Do? Basilare direbbero alcuni, che ci vuole. Ebbene sì, Anastasio fa musica semplice come un giro di Do, nel senso che la fa sembrare intuitiva, mascherando invece un lavoro di precisione e minuzia tipico di un amanuense.

Ogni parola è ricercata e contestualizzata, metricamente inserita in gabbie di pensieri articolati più di un sistema di sicurezza di un caveau. A livello di flow magari non ci siamo, non brilla e non eccelle, non ti esalta al punto da farti muovere la testa, ma del resto ognuno ha la propria croce.

Per cui pensate ad Anastasio come colui che prende un giro di Do molto elementare e ci scrive sopra un trattato filosofico, a dimostrazione che il concetto è l’obiettivo principale, a discapito di una restante musicalità che, non necessariamente, deve andare di pari passo.

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Atto di forza

Il mood generale dell’album è identificabile nel pezzo che il ragazzo ha portato a Sanremo, Rosso di rabbia, perché Anastasio quella rabbia la schiuma, la sputa, l’assorbe e la rilascia, la vive. Lo senti dentro e lo vedi dai suoi occhi che rilasciando ogni tossina respira meglio, prima che la testa esploda e prima che la psiche lo faccia crollare al suolo come un pugile ormai troppo vecchio per combattere.

Atto Zero è un esplosione, è il pezzo di legno nella ruota della bicicletta, e Anastasio è come quel vecchietto rompicoglioni che deve mettere il becco in tutto. Con la differenza che qui si prova sempre a parlare con cognizione di causa, abbandonando ogni parvenza di saccenza e di ignoranza.

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Atto zero, fase uno?

Ma tutto questo basta? E’ sufficiente sedersi a un tavolino sputando i demoni interiori e disegnando su un foglio bianco, in parole, una danza macabra? Se questo è l’atto zero, qual è il prossimo passo?

La fase uno non riusciamo per ora a intravederla, ma perché quello che il disco a fine ascolto lascia è un buco nel terreno, come quando Vegeta e Nappa si sono schiantati sulla terra con le loro astronavi Sayan.

Anastasio ha aperto il cratere, ha disseminato il campo di grano con cerchi dalle forme perfettamente geometriche, ha nel complesso sabotato il sistema, rompendo la tranquillità notturna della popolazione come un’epidemia di peste.

Se il solco è stato fatto, è necessario costruire una strada che batta anche le avversità di un suolo aspro e frastagliato, per evitare che quel semplice ma ben fatto giro di do diventi una melodia cacofonica e reiterata, che si perda tra le notti di un’estate ormai dimenticata.

Volevo essere un rapper, poi ho scoperto che mi viene meglio fare altro, tipo mangiare.