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Il rap è politico anche quando non parla di politica: intervista a Willie Peyote

Il rap è politico anche quando non parla di politica: intervista a Willie Peyote

Artisti come Willie Peyote sono rari nella nostra scena. Un percorso di 20 anni di vita dedicati alla musica in cui ogni passo è stato compiuto con cura, attenzione e mettendo al primo posto la propria espressione.

Dopo un periodo che l’ha portato a rimettere in discussione il proprio modo di fare musica, di scrivere e perfino il senso stesso del suo lavoro, torna col nuovo album Anatomia di uno schianto prolungato.

Nella nostra intervista, abbiamo parlato con Willie Peyote del nuovo disco, di Torino, del significato politico del rap oggi e della necessità di uscire da un’idea superficiale di “musica impegnata”.

Buona lettura.

Partiamo dall’argomento centrale: Anatomia di uno schianto prolungato è il tuo nuovo disco. Che passo segna per il tuo percorso e cosa vuol dire per te a livello personale arrivare a questo album?

Dove ti portano i dischi lo scopri sempre dopo, posso dirti come siamo arrivati qua. Anatomia di uno schianto prolungato è un disco nato in un tempo tutto sommato limitato: il disco precedente è uscito a febbraio del 2025. Arrivavamo da un percorso di rinascita, di piacere rinnovato nel fare questo mestiere che nel periodo post Covid è stato complicato, per tanti motivi. Mi sentivo slegato da tutto e faticavo a trovare davvero le motivazioni per farlo, perché se le persone non ti restituiscono il perché lo fai… io sono uno che si fa tante domande e non trovavo più le risposte. 2024 e 2025 ci hanno restituito un po’ di slancio e questo disco l’abbiamo scritto in pochissimo: i primi brani sono nati intorno a maggio del 2025, il disco è uscito un anno dopo, relativamente poco tempo, con 11 pezzi.

L’album racconta che siamo tutti di nuovo felici di fare questo mestiere e abbiamo trovato la forma giusta per divertirci. Soprattutto senza farci schiacciare troppo della aspettative degli altri, da quelle che ci mettiamo addosso noi e dai discorsi che il mercato ti porta inevitabilmente a fare. Insomma, lo viviamo con meno pesantezza.

Nel momento in cui poi diventa un lavoro per te e per altre persone, inevitabilmente si configura quel discorso. E come avete fatto a ritrovare quella passione iniziale che vi ha portati a dedicarvi a questo percorso nella vita?

Quando questa cosa diventa un lavoro, inevitabilmente cambiano tante dinamiche. Però poi ritrovi solo quello che ti aveva spinto all’inizio a farlo e quello è la chiave di tutto.

Già il disco dell’anno scorso, Sulla riva del fiume, ci aveva riportato a suonare tanto e a rimettere più musica suonata dentro ai dischi. Ma ci hanno anche aiutato a ritrovare una quadra nel modo di lavorare insieme, e quello è stato fondamentale. Poi ti devo dire la verità: Sanremo dell’anno scorso mi ha dato tanto a livello umano. Senza il Sanremo dell’anno scorso non ci sarebbe Brunori Sas nel disco quest’anno. E già questo racconta bene cosa può lasciarti un’esperienza del genere: il fatto di incontrarsi tutte le mattine per le scale ha creato un rapporto che poi è diventato amicizia e alla fine anche collaborazione.

La prima volta che avevo fatto Sanremo era durante il Covid: non c’era nessuno, non potevi incontrare nessuno, era quasi alienante. Questa volta invece è venuto tutto naturale. Ci siamo divertiti a fare il disco scorso e ci siamo rimessi tutti al proprio posto, perché quando giochi di squadra devi anche essere bravo a far giocare ognuno nel ruolo in cui rende meglio. Il periodo del Covid è stato un periodo di grandi rinnovamenti anche a livello strutturale per il nostro team. In questo nuovo album si è aggiunto anche Fudasca che ha portato una componente nuova, sua, che ha da una parte alleggerito e da una parte semplificato, perché noi tendiamo sempre a complicarci un po’ la vita. Invece Fudasca e Genta hanno semplificato il percorso, quindi anche questo ha fatto tanto.

Qualche anno fa avevamo parlato del tuo modo di scrivere e della ricerca che stavi facendo per trovare un equilibrio: riuscire a essere semplice senza diventare superficiale e profondo senza risultare complicato. Oggi dove senti di essere arrivato?

Sul fatto di riuscire a essere semplice senza essere superficiale, e soprattutto riuscire ad essere emotivo, credo che Burrasca sia la cosa migliore che abbia fatto fino a oggi. Un pezzo così, un paio d’anni fa, non l’avrei mai scritto. E anche se l’avessi scritto, probabilmente mi sarei fatto dei problemi a farlo uscire. Invece questa volta lo abbiamo scelto addirittura come primo brano del disco, quindi sul discorso di non aver paura di semplificare credo di essere arrivato al massimo.

Sul resto non te lo so dire, perché poi dipende sempre da come le cose arrivano agli altri. Io pensavo che questo fosse un disco meno complicato, però é un disco in cui si capiscono tante cose, ma io resto comunque uno che tende a complicarle, anche involontariamente. Nel complesso comunque credo che questo sia una delle migliori espressioni del discorso che mi facevi tu, abbiamo trovato una buona quadra a livello di non complicare troppo testi e musica.

C’è una semplificazione complessiva nel disco. È vero, è un disco in cui non ci sono hit, ma perché non volevamo fare un disco con le hit. Volevamo fare un album che parlasse dall’inizio alla fine, che fosse fluido, compatto, quindi abbiamo proprio fatto un altro viaggio. Tolti Educazione Sabauda e Sindrome di Tôret, che non valgono perché erano altri tempi, questo album è la cosa più a fuoco con questo discorso

Rispetto a Educazione Sabauda e Sindrome di Tôret, qui c’è una differenza sostanziale. Quando si parla della tua musica è impossibile non parlare di Torino, però in questo disco la città non emerge più in maniera esplicita nella cover, nel titolo o direttamente nei testi come succedeva in passato. Stavolta sembra più un contesto emotivo e umano dentro cui si muovono i racconti, più che un tema dichiarato. Ed è quasi paradossale, perché dal titolo e dal primo brano si lega a un simbolo di Torino come i Subsonica…

Sì, è vero. Però questo è un disco a cui ho iniziato a lavorare durante il tour estivo dell’anno scorso e racconta la modalità del tour. Parte da Torino, perché io fisicamente parto sempre da qua per poi girare, ma poi ti porta altrove: in Kodak ti porta sulla Riviera romagnola, poi si arriva a Testaccio, che è un quartiere di Roma che frequento molto quando passo, e alla fine si chiude a Milano, che è una città che per lavoro, facendo musica, viviamo continuamente.

Quindi in realtà è un disco che restituisce anche questo senso di girovagare. Torino c’è, perché ci sono i Subsonica, c’è il riferimento a Vanchiglia e quindi anche all’Askatasuna, a un pezzo preciso della nostra città. Però, come ti dicevo, questa volta è più un punto di partenza che l’unico luogo in cui succede tutto. Per una volta non è l’unico luogo in cui è stato girato questo film, l’abbiamo fatto itinerante.

Parlando anche del riferimento a Vanchiglia, negli ultimi anni si è visto un progressivo allontanamento del rap da certe tematiche sociali e politiche che invece, soprattutto in Italia, erano quasi un elemento fondante del genere. Secondo te è solo una nostra percezione, oppure questo cambiamento riflette qualcosa di più ampio? Visto che la musica e l’arte finiscono sempre per raccontare il tempo in cui viviamo, pensi che questo allontanamento possa essere anche lo specchio di un distacco più generale delle nuove generazioni dal discorso politico?

La musica racconta sempre le persone, ma io ho visto la gente tornare in piazza e ho visto anche i rapper tornare a parlare di certe cose. Penso a Elsewhere di Gemitaiz, che è un disco con dentro una componente politica, penso a Sayf, che mette certi temi nei suoi pezzi.

Dobbiamo uscire dalla logica per cui il termine politico si riferisca solo e unicamente a a un discorso partitico parlamentare. La politica è anche un tema civile e sociale, quindi la cittadinanza è un tema politico.

Quando il rap parla delle periferie o dei ragazzi di seconda generazione, quella è politica, anche involontariamente. Poi magari la gente mi dice: “Dimmi una cosa politica detta da Baby Gang”. Ma Baby Gang è politico in quanto tale, anche senza dover dire esplicitamente qualcosa. Così come Kid Yugi che torna a Taranto e che scrive un pezzo sull’Ilva: quello è un gesto politico.

Il punto è che molti pensano che il rap politico significhi io che cito Gramsci o la Meloni. Ma quella roba lì forse è più un residuo bellico di anni che sono trascorsi. La politica è dentro le nostre vite e il rap, parlando delle periferie, è politico quasi sempre. Poi ci sono esempi più stringenti.

Penso a Marracash: vogliamo dire che non fa riferimenti sociali e politici? Gemitaiz nell’ultimo disco ne ha fatti molti e appunto si vede un ritorno, anche perché i ragazzi hanno dimostrato di voler tornare in piazza, tornare a votare con l’ultimo referendum. Se scendi in piazza, servirà musica per scendere in piazza.

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Secondo me c’è un inizio, ad esempio citavi Gemitaiz per il suo ultimo disco, poi lui è uno che ha sempre tirato fuori le sue posizioni politiche senza problemi…

Gemitaiz è uno che tutti i 25 aprile va a suonare, però appena si parla di politica la gente pensa subito al pezzo contro la Meloni o a quel tipo di immaginario lì. Secondo me invece un pezzo sull’Ilva di Kid Yugi è molto più politico di un mio pezzo sulla Meloni, capito?
Dobbiamo uscire da questa idea che la politica sia solo quella che succede in Parlamento. La politica è anche nelle cose che viviamo tutti i giorni e che raccontiamo.

Poi oggi, secondo me, il rap più politico che c’è oggi è quello dei maranza…

Io ogni volta che faccio questo discorso mi prendo un sacco di critiche e questa cosa un po’ mi dispiace, perché secondo me il pubblico del rap a volte si perde davvero in un bicchiere d’acqua.
Il tema della cittadinanza, per esempio, oggi è uno dei temi più politici che esistano in questo Paese, perché siamo ancora incredibilmente retrogradi su quella questione. E quindi quello sì che è un tema politico.

Un tema politico, di civiltà, che affronto nel disco è Marco Cappato, il fine vita e suicidio assistito. Lo butto lì quasi come una battuta, quando dico che “è meglio staccare la spina”, ma il senso è legato alla necessità di avere una legge a riguardo.

Ma più si continua e più penso che ha ragione Cappato
È meglio staccare la spina

Willie Peyote – Sapore di Marsiglia

Ce n’è un altro che magari non si è colto. Quando parlo di macrodosing dei funghi, anche quello è un discorso politico. Ancora una volta c’entra Marco Cappato, che porta avanti anche questa battaglia. In Italia abbiamo ancora paura di utilizzare alcune sostanze come strumenti per la salute mentale, e quindi anche quello diventa un tema politico. Il problema è che la gente pensa che io faccia politica solo quando dico “il cesso sta in fondo a destra”. E invece non è solo quello.

Parlando di Torino, negli ultimi anni, ma forse è sempre stato così, mi sembra ci sia una certa difficoltà, soprattutto nella musica, nel creare una vera dimensione collettiva tra artisti. Ci sono stati nomi storici come Subsonica, Ensi o tu stesso, che avete fatto della torinesità una parte importante della vostra identità artistica. Oggi invece sembra molto più difficile vedere nascere movimenti o gruppi di artisti che crescono davvero insieme, soprattutto in un momento storico in cui la dimensione collettiva è tornata a essere fondamentale per tanti progetti musicali. Secondo te da cosa dipende?

Altre città l’hanno dimostrato, guarda Genova o Roma, Napoli, anche la Puglia. Ci sono movimenti in cui una persona porta avanti tutta una scena come Kid Yugi e la tira su. A Torino abbiamo avuto più difficoltà perché un artista gigante da Torino non è mai uscito.

Anche i Subsonica, che sono importantissimi, non hanno avuto quel tipo di impatto sul mercato che hanno avuto i Club Dogo o che oggi può avere Kid Yugi. Però secondo me qualcosa sta cambiando. Vedo un miglioramento generale. Il disco di Michael Sorriso insieme a Roy Zen, e il fatto che abbiano coinvolto altri artisti torinesi come Brattini, mi dà l’idea che si stia ritrovando una certa connessione. Io stesso sto riscoprendo una scena rap torinese molto viva.

Poi c’è anche un problema più ampio di individualismo sociale e Torino è una città complicata. Abbiamo questo brutto vizio di non parlare abbastanza tra di noi. Secondo me il problema è proprio quello di comunicazione. Basta parlarsi, perché poi come conosci le persone, le collaborazioni vengono fuori in maniera naturale. Solo che spesso siamo troppo chiusi. Non c’è mai quello che va dall’altro a dirgli semplicemente: “Oh, comunque spacchi”. E se nessuno comincia, non parte niente. In realtà basterebbe molto meno di quello che pensiamo.

Però qualcosa si sta muovendo. Michael e Roy Zen, per esempio, stanno creando attorno al loro disco una specie di piccolo movimento che si sta allargando. E poi io ci ho sempre tenuto a raccontare la torinesità, i Subsonica mi hanno insegnato proprio questo: raccontare il luogo da cui vieni.

Conosco Michael Sorriso da più di dieci anni, è uno dei miei soci storici. Però oggi è difficile creare una scena. Ci sono città, come Genova, che questa cosa ce l’hanno quasi nel DNA, anche per una tradizione cantautorale che ha sempre funzionato come movimento collettivo.

A Torino invece una vera scena compatta forse c’è stata ai tempi dei Murazzi, perché esisteva un luogo che raccoglieva tutto. Oppure, per il rap, il periodo del Regio. Quando perdi quei luoghi identificativi, una città come Torino fa più fatica a creare connessioni. Però ci stiamo lavorando.

Ultimamente il Regio è tornato fortissimo, inoltre ci sono artisti come i Tamango che si stanno facendo spazio come simboli torinesi…

Certo, però i movimenti hanno sempre bisogno di qualcuno che accenda la luce. I Tamango, per esempio, hanno riacceso un’attenzione importante sul movimento underground. Ma ci sono anche altri nomi interessanti: gli iRossa stanno spaccando, poi ci sono gli Atlante e non solo. A Torino ci sono tante realtà interessanti, dobbiamo solo imparare a parlarci un po’ di più.

Facciamo un gioco flash finale: libere associazioni. Ti dico una parola e tu mi rispondi con la prima cosa che ti viene in mente: un sostantivo, un aggettivo, un’espressione, quello che vuoi.

Casa
Torino

Nostalgia

Casa

Lavoro
Licenziamento

Subsonica
Casa. Mi fai solo parole a cui finirò per rispondere sempre uguale.

Dio
Casa. Anche lì, perché a casa mia ce n’era tanto.

Murazzi
Alcol

Soddisfazione
Musica

GTT
San Andreas perché mi viene in mente GTA. Questa è proprio libera associazione totale.

Mac Miller
Un lungo silenzio perché ha lasciato un buco immenso, quindi non ho parole se non grande riconoscenza.

Cairo
Vattene. Lo sapevo, volevi arrivare lì (ride, ndr).

Foto di Jacopo Pasqui per Boh Magazine

Medico, founder e direttore di Boh Magazine

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