Emis Killa e Jake La Furia: 17 sfumature di Malandrino

17 è il joint album di Emis Killa e Jake La Furia. I due rapper uniscono le forze in un concentrato di puro rap senza fronzoli e senza scuse: rozzo, sfrontato, tagliente, intenso ma ha anche dei difetti. Parliamone.

Emis Killa fa tornare la voglia di fare rap a Jake La Furia. E questi due signori fanno tornare a me la voglia di recensire un disco. Torno a scrivere e lo faccio per 17, il joint album di due rapper che a me piacciono moltissimo. Al netto di alcuni punti deboli che evidenzierò strada facendo, 17 è un disco molto valido di cui tutti tutti avevamo bisogno. E ora ti spiego perché.

Recensione di 17, joint album di Emis Killa e Jake La Furia

17 è un disco grezzo, sfacciato, sfrontato, maleducato. È un disco rap senza peli sulla lingua. Sei davanti ad un tutorial su come fare rap, in formato audio. 

17 è il titolo dell’album, 17 è anche il numero di tracce nelle quali Emis Killa e Jake La Furia si alternano al microfono e dispensano schiaffi correttivi agli aficionados di questo genere che stavano perdendo la speranza (il sottoscritto in primis) e agli aspiranti artisti, condensato di marketing, immagine e velleità assortite.

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Dove eravamo rimasti? Ah, sì. Jake La Furia non brilla per discografia solista, si diletta in singoli discutibili ma di tanto in tanto, se opportunamente stuzzicato, torna ad aprirti la testa come un cocco: vedi il singolo Soldi Dall’Inferno con Big Fish, il featuring dell’album di Jack The Smoker Ho Fatto Tardi, quello nel disco di Night Skinny o il singolo F.A.K.E. insieme a Marracash e Don Joe.

Emis Killa vive in una sorta di limbo: da un lato un pubblico più giovane che non assimila appieno il rap più puro di cui è capace, dall’altro il pubblico un po’ meno giovane che sembra essersi giocato, o quasi, a partire dal post Parole Di Ghiaccio. Per entrambi arriva dunque 17, banco di prova interessante per tastare il polso della situazione. Spoiler: promossi entrambi ma vediamo come.

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Un album completo (?)

Broken Language, l’intro con quella sfumatura di boom bap in chiave moderna, apre le danze a meraviglia con un susseguirsi di barre e punchline come nel giro della morte nei freestyle, e il solo difetto è che finisce in un lampo.

Il mood è sfrontato, maleducato, rozzo, ignorante: da 666 a Maleducato fino a Sparami passando per Toro Loco, che suona come una hit diversamente radiofonica. C’è spazio anche allo storytelling di Renè & Francis, ispirato alla storia di Renato Vallanzasca e Francesco Turatello

E c’è spazio anche per tracce un po’ più morbide o introspettive come Lontano Da Me, Cowboy, L’Ultima Volta o la bellissima Quello Che Non Ho che fa scorrere i titoli di coda di un joint album solido, robusto e abbastanza completo.

Discrepanze

Il disco sembra rivolgersi ad un pubblico mediamente più vissuto rispetto a quello che oggi segue il rap italiano. Eppure gli ospiti sono per lo più di nuova generazione, il che fa storcere il naso, in questo senso: Tedua, Massimo Pericolo e l’onnipresente Lazza. Fanno eccezione Salmo e Fabri Fibra

Questo fa emergere una sorta di discrepanza temporale, punto debole (ma nemmeno così tanto) del disco. Diciamo che avrei trovato più consoni, anche per l’immaginario dell’album, artisti più vissuti come Luchè, Nex Cassel o Vacca.

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Meno tracce, più rischi

Tante tracce, forse troppe e che si sentono tutte, pur con un disco abbastanza scorrevole. Broken Language e Amore Tossico si giocano la carta del sample e del boom bap, altri episodi scavano più nel profondo nei due artisti, altre abbassano il freno a mano dell’ignoranza (Toro Loco su tutte). Eppure manca qualcosa.

A livello di immaginario e argomenti non ci allontaniamo mai troppo da quanto già detto: strada, cocaina, malandrini, pistole, case popolari e via dicendo. A livello di suono, al netto di qualche sacrosanta eccezione, vale lo stesso. Questo fa sì che 17 tracce pesino un po’ su un ascolto a lungo termine.

Proprio in termini di valore aggiunto, avrei apprezzato da entrambi un’ulteriore sfumatura di malandrino che toccasse il loro essere genitore per dare più umanità al tutto e quindi meno distacco all’ascoltatore. Sarebbe stato un quid importante. Peccato.

Interno della cover di 17, joint album di Emis Killa e Jake La Furia

Dove l’ho già sentito?

Trattandosi di un disco senza secondi FIMI – passami il word play – avrei apprezzato meno tracce oppure un numero di tracce analogo ma con qualche azzardo in più a livello di suono: giocati una traccia un po’ più grime, una un po’ più drill!

I produttori che si alternano in regia (2nd Roof, Dat Boi Tee, Low Kidd o il già citato Big Fish, giusto per citarne alcuni) svolgono un ottimo lavoro e suona tutto uniforme pur con le dovute peculiarità. È tutto fatto molto bene ma nulla di nuovo sul fronte occidentale, come recitava un vecchio film.

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17 sfumature di Malandrino

Rappare è come andare in bicicletta, una volta che impari non è che te ne dimentichi. Emis Killa e Jake La Furia sanno come rappare e questo disco ne è l’ennesima prova, se mai ce ne fosse stato bisogno. 

17 sfumature di Malandrino è la sintesi che ho partorito dopo il primo ascolto, suona come una sentenza in negativo, in realtà riassume bene il l’album nel suo complesso, un album che non spazia troppo per argomenti, suono o immaginario ma lo fa con stile, barre, flow, che è poi quello che ci si aspetta da due artisti del genere al microfono. 

Non so se siamo davanti ad un classico, un disco memorabile destinato a restare ma so per certo che, in questo momento storico nel quale si pone, è un punto di riferimento per ascoltatori e non solo. Un bel segnale per tutta la scena che non vedo l’ora di sentire dal vivo.

Nano sardo col vizio di scrivere. Padre di Boh Magazine, fondatore di Beat Torrent, vecchio brontolone. Lavoro come WordPress Developer e mi occupo di scrittura online. Rimo da quando si spammava su MySpace.

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