Guè Pequeno, Sinatra e la sindrome di Peter Pan

Sinatra suona come un'ansia da prestazione del Guepek nei confronti della nuova generazione. Un album comunque godibile e scorrevole rispetto la media dei dischi rap italiani.

Venerdì 14 settembre è uscito l’ultimo album di Guè Pequeno, Sinatra, mantenendo il trend di un progetto annuale. Il disco è stato pubblicato sotto Billion Headz Money Group, la label di Sfera Ebbasta e Charlie Charles, che conta anche Drefgold e dunque il neo innesto Guè P.

All’annuncio che il disco sarebbe uscito per BHMG e non genericamente per Universal già si poteva intuire il taglio che avrebbe potuto avere. Per quanto si potesse giustificare la mossa con parole come evoluzione o adattamento, la presenza di quel logo l’ho trovata forzata di fianco al nome di un’istituzione del rap italiano come quello di Guè Pequeno.

Alla pubblicazioni della tracklist ci si è trovati davanti a un minestrone di collaborazioni come Tony Effe, Noyz Narcos, Elodie, Drefgold, Frah Quintale e il cattivo presagio si è percepito come sempre più concreto.

Nella vita avevo poche certezze, una di questa era la garanzia di upgrade di album in album del Guercio. Garanzia che questa volta è venuta meno.

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Responsabilità

Il Guercio più di una volta si è definito il padrino della scena rap/trap italiana attuale, e come dargli torto. Da Il Ragazzo D’Oro fino a Gentleman si è sempre dimostrato il numero uno, colui che doveva essere inseguito come carriera, come attitudine al rap, e come modus operandi.

In Sinatra non si trovano più quei guizzi di innovazione e di responsabilità che hanno sempre contraddistinto i progetti precedenti alzandone di volta in volta il livello. A far storcere il naso è la supervisione artistica di Charlie Charles, certo un produttore multiplatinato ma che ad ora ha seguito artisti come Sfera Ebbasta e Ghali che richiedono ben altro tipo di supervisione e maturità.

In America nell’ultimo anno si è avuta dimostrazione grazie a Jay-Z, Nas e Kanye West che il rap non è un genere che possono fare solo i ragazzini, ma che può maturare con l’età degli artisti senza dover scendere a compromessi. Rimanendo in Italia gli stessi Fabri Fibra e Noyz Narcos con Fenomeno ed Enemy hanno dimostrato che gli adulti possono fare rap per un pubblico più adulto.

Guè con questo disco sembra fare un passo indietro rispetto a Gentleman. Un voler adagiarsi sugli allori delle sonorità trap/caraibiche, una comfort zone che gli garantisce di finire nelle migliori playlist digitali ma che purtroppo lo limita liricamente.

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Il troppo stroppia

Come già anticipato dalla tracklist si poteva notare un overload di ospiti. Il problema non è tanto il con chi ma il come. Guè si è sempre dimostrato un artista versatile, compatibile a qualsiasi genere dal pop al reggaeton fino al rap classico o alla trap, ma il risultato di queste collaborazioni è l’anonimato dell’autore dell’album.

E l’album suona più come una compilation. Se fosse stato pubblicato come una sorta di coronamento del ciclo Fastlife, come celebrazione ufficiale della storica serie di mixtape, l’avrei trovato sicuramente più adeguato e di buon gusto.

Ad ogni modo il prodotto scorre. È innegabile che suoni grazie appunto a un signor team di produttori. Si trova anche qualche chicca come il sample del singolo Oro di Mango in Bling Bling, la fisarmonica di Sobrio o il talkbox di Babysitter. Ma a fine ascolto, salvo 3 o 4 episodi, sembra di aver lasciato in loop la stessa traccia.

Hugh Guefner cioè l’intro, 2% con Frah Quintale, Bastardi Senza Gloria con Noyz Narcos, e Modalità Aereo con Luchè e Marracash, spezzano la routine richiamando a intermittenza l’attenzione ma lasciando un intenso amaro in bocca.

Inoltre contenutisticamente l’album è insipido. Governa un’ostentazione materialistica che fa suonare l’ex Club Dogo come un bambino che dice al compagno con il giocattolo nuovo: anche io ce l’ho, anche io posso farlo.

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Un ottimo compitino

Forse mi aspettavo che Cosimo mantenesse la promessa fatta ad Antonio Dikele Distefano, cioè che dopo un doppio platino con Gentleman avrebbe sfornato un progetto classic alla Fuori Orario.

Sinatra è il peggior album del Golden Boy e dispiace dirlo. Tuttavia il peggior album di Guè Pequeno è comunque un disco migliore della mediocrità italiana. Motivo per cui farà i suoi numeri e riceverà le sue certificazioni. Il timbro e i flow arroganti  sono comunque gli stessi di sempre, ingredienti che rendono il progetto più che godibile.

Uno psicologo tirocinante, un fondatore di Boh Magazine e una persona umana