Kety: il manifesto di una generazione

Uscito il 18 ottobre 2019, il disco di Ketama126 è senza dubbio molto più di un primo album ufficiale. È la consacrazione di un artista.

Uscito il 18 ottobre 2019, il disco di Ketama126 è senza dubbio molto più di un primo album ufficiale, primo se lo intendiamo come prima distribuzione da major. È la consacrazione di un artista. 

(foto in copertina © Guido Borso)

In breve, Kety è la dimostrazione definitiva di come il rapper romano si sia davvero meritato l’attenzione del pubblico e della scena. 

In 14 tracce Ketama126 snocciola il suo ultimo anno e mezzo di vita e lo fa grazie ad un progetto musicalmente vario ma profondamente coerente con sé stesso e con l’immaginario che rappresenta. L’unica pecca, forse, è il flow: le ritmiche delle strofe sono molto simili tra loro e appiattiscono la dinamicità delle tracce, resa particolarmente bene dalle produzioni. 

Però voglio dire di più.

È il manifesto di una generazione

Kety – lui e il suo disco – è il manifesto della generazione del nulla, la mia.  E come sia questa generazione ce l’hanno spiegato in tutte le salse.

Ci hanno detto che stiamo male, anche se non sempre lo sappiamo; ci hanno detto che non è la solita crisi esistenziale, ma che siamo marci dentro; ci hanno detto i nostri sogni sono confusi, i sentimenti sono fiochi e le nostre passioni sono tristi. 

Ci hanno descritto come la generazione per cui il presente diventa un assoluto da vivere con la massima intensità, non perché questa intensità ci procuri gioia, ma perché promette di seppellire l’angoscia che troneggia sull’analfabetismo emotivo che non ci permette di riconoscere i sentimenti e di chiamarli per nome. 

Non ho sentimento da tre anni

Ketama – Benzina

A tutto ciò aggiungiamo pure a sto mondo (e a quest’età) è difficile trovare qualcuno che non sia tossico di qualcosa: droghe, farmaci, internet, social, sesso. 

Siamo vittime di un mondo che conduce sulle vie del divertimento e del consumo estremo, dove ciò che si consuma, non sono solo gli oggetti, ma la nostra stessa vita. 

Ecco Ketama126 prende tutto questo e lo butta dentro, traccia per traccia. Come a dire ci avete detto che facciamo schifo? Bene, vi stiamo dicendo che è vero, che avete ragione e sapete che c’è? Abbiamo tutto il diritto di fare schifo.

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È punk

Molti lo accomunano ad una tradizione più rock per le sue iperboli, per i suoi capelli lunghi e per la sua autoflagellazione. Ma per me è punk e non ho dubbi. 

Quasi quarant’anni fa il punk esplodeva per le vie di Londra: allora il punk rappresentava la teatralizzazione della decadenza della società inglese, la voglia di una generazione di urlare un intero agglomerato di problemi di quel periodo.  

Ecco per me Ketama126 è estremamente punk. È punk dai tempi di Rehab, quando alla presentazione del disco in uno scantinato di via Padova ho visto gente sudare, pogare e bere lettine calde da 33 cc.  

E mi conferma di essere punk oggi. Quando si fa ritrarre (da un bravissimo Guido Borso) svaccato su una poltrona nascosto dal fumo, con i capelli lunghi, il bicipite tatuato e lo sguardo incazzato. Quando canta strofe come Potevo essere un tossico morto, invece sono un tossico ricco (Love Bandana) o anche Ho messo il cazzo nella Bocca della Verità e me l’ha succhiato (Denti d’oro). Pure quando fa il cafone per me è estremamente punk.

È un buon esempio dell’arte del feat 

Il trend di questo periodo sono i feat, anche quando non ce ne sarebbe così tanto bisogno

L’immagine che ho in testa è quella di un rapper x che, con in cantiere un disco, ad una certa si ritrova al tavolo delle strategie per buttar dentro quanti più artisti acchiappa like è possibile. Il mood – per intenderci – è lo stesso del maiale, di cui si sa che non si butta mai via niente. 

In linea con questo trend, anche Ketama126 ha i suoi pezzi medio e grossi del rap italiano, buttati qui e lì all’interno del disco. Ma contrariamente a quanto sentito negli ultimi mesi, devo dire che il lavoro sui feat è stato fatto con massima cura e il risultato è molto interessante, anche da questo punto di vista. 

Un buon feat, a mio parere, deve rispondere a queste 3 regole fondamentali: deve essere in armonia con l’atmosfera del disco e con l’artista che lo ospita, deve mantenere i tratti caratteristici della penna che lo scrive e ad ultimo deve portare un pizzico di magia in più al pezzo. Per darti un’immagine più chiara deve essere come il peperoncino se ben dosato, perché se è troppo rende i sapori del piatto sostanzialmente inesistenti. 

In Kety ciascun feat, da Tedua (che per inciso di strofa non ne sta sbagliando mezza) fino ad arrivare ai due Franco, si inserisce in equilibrio perfetto. Unica nota forse a Fabri Fibra, che purtroppo mantiene vivo il suo personalissimo trend del momento, strofa sottotono e ridondante.

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In conclusione

Non è certo il disco da ascoltare tutti i giorni, ma per me si merita un applauso e un inchino regale. Perché sono bravi tutti ad essere delle rock star patinate, ma pochi sanno esserlo in quel modo greve e “dissoluto” che proprio dei nostri giorni.

Classe '91, meglio conosciuta come Margherotti. Per professione inoltro mail, nel tempo libero prendo la musica e la porto nei salotti. E ogni tanto scrivo che cosa penso.