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Non puoi mettere fretta alla grandezza: intervista a Diss Gacha

Dalla scena di Torino alla psicoterapia, passando per il rapporto con la famiglia, la provincia e il bisogno di rallentare: Diss Gacha non è solo swag

Non puoi mettere fretta alla grandezza: intervista a Diss Gacha

Negli ultimi anni Diss Gacha è riuscito a costruirsi uno spazio sempre più riconoscibile nel panorama italiano, trasformando la sua crescita artistica in qualcosa di molto più personale. Il suo ultimo disco NON È SOLO SWAG ne è la prova. Nell’album convivono la voglia di ritrovare la spensieratezza con cui ha iniziato a fare musica, la voglia di sperimentare senza ripetersi, oltre a una forte sperimentazione e ricerca di sé.

Se hai in mente un’immagine di Diss Gacha incentrata su stile e flow, preparati a rimanere sorpreso: il nuovo disco di Diss Gacha parla di salute mentale, di famiglia, dell’importanza di darsi tempo nella creatività. Il tutto senza perdere l’impatto diretto che ha sempre caratterizzato la sua musica. Come dice il titolo, non è solo swag.

Dalla scena di Torino al rapporto con la psicoterapia, passando per il bisogno di rallentare in un’epoca che corre continuamente, ho parlato con lui del significato di questo nuovo capitolo, delle collaborazioni presenti nel disco e del percorso che lo ha portato a sentirsi un nuovo Gacha.
Buona lettura.

Prendiamola larga: come stai? Che periodo è questo per te?

Sto molto bene, è un bel periodo perché finalmente tutto il mondo potrà ascoltare il lungo lavoro di tanto tempo a questa parte e non vedo l’ora che sia tutto fuori.

Vorrei partire da un flash: Torino, maggio 2020, periodo Eurovision. Uno di quei giorni tu sei salito sul palco dell’Eurovision Village al Parco del Valentino. Lì ti ho visto live per la prima volta ed è stato particolarmente simbolico perché c’era tutta la scena di Torino insieme. Tu oggi come vedi la scena di Torino? Come l’hai vissuta da artista?

La scena di Torino l’ho vissuta da dentro e per me è stata importantissima, perché è stato l’inizio di qualcosa. Riguardo al live al Valentino, rivivo veramente quei momenti con un bel ricordo, si sentiva proprio che a Torino stava succedendo qualcosa.

E secondo te, ecco, manca qualcosa alla scena di Torino per riuscire a creare quella sorta di spirito di unione per portarsi avanti insieme?

Torino ha tantissime cose positive, però manca un po’ l’idea di voler realmente creare un collettivo. Per quanto ci siano stati dei momenti di unione, c’è la sensazione che alla fine ognuno resti un po’ sulle proprie. Poi devo essere sincero, io comunque sono della provincia torinese (Avigliana, ndr).

Torino l’ho vissuta da piccolo, poi crescendo in provincia ho vissuto la vita quotidiana del mio paese, i luoghi in cui giri tutti i giorni e le persone che frequenti. Infatti è strano, perché spesso sono gli altri a dirmi “Tu sei un artista di Torino”, però non mi sento il nome di Torino sulle spalle. Per assurdo sento il nome del mio paese di 10.000 abitanti.
Però secondo me Torino ha tanto da offrire, ci sono tantissimi artisti forti, ma veramente forti. Sono dell’idea che Torino ha così tante cartucce potenti che prima o poi usciranno fuori, me lo sento. E quando succederà sarò il primo ovviamente a spingere.

Prima di dedicarti totalmente alla musica, per cosa correvi?

Mi sono avvicinato alla musica molto presto, nel 2015, grazie a mio fratello Stewie, che è stato quello che mi ha spinto davvero a iniziare. In realtà correvo già per la musica, tutti i lavori che ho fatto prima, li ho fatti per avere dei soldi da mettere nella musica. La vera differenza è che nel 2020 mi sono proprio messo con la testa sotto e ho iniziato a viverla come una cosa che volevo trasformare davvero nel mio lavoro, dandogli il 100% del mio tempo. Prima invece era più un piacere, era un “Mi piacerebbe avere un video figo”, quindi cosa faccio? Consegno le pizze, faccio lavoretti e investo tutto nella musica. Sin da quando ho avuto un cervello maturo e pensante ho sempre voluto fare musica. Ho sempre corso per quello.

Una delle prime cose che dici nel nuovo disco è che ti senti un nuovo Gacha, spiegami di più

Siamo sempre in crescita. Penso che da qui fino alla fine dei nostri giorni continueremo a crescere. In questi ultimi due anni, dallo scorso disco a questo, mi sono reso conto di essermi soffermato su tante cose a cui prima magari non davo peso. Ho avuto modo di capire meglio chi sono, cosa mi piace, dove voglio andare, cosa voglio dire e cosa voglio fare davvero.

E quindi mi sento un nuovo Gacha. Piano piano, cambiando tante cose intorno a me, è come se mi sentissi una nuova versione di me, più adatta al momento che sto vivendo, sicuramente più matura rispetto a prima. Poi non ti sto dicendo che ho fatto il disco della maturità della vita, anche perché sono transizioni che non vedi passo dopo passo. Però dentro ti senti diverso, ti senti nuovo, senti una carica che ha un sapore completamente differente rispetto a quella di qualche anno fa.

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Ecco, a questo proposito un brano simbolico è SFILATE, in cui Giuliano Calza parla dell’importanza della direzione creativa. Che direzione hai voluto dare a questo disco?

Ho voluto dare una direzione diversa dagli scorsi dischi, pur restando me stesso. In questo disco ho sperimentato tanto e scelto dei suoni nuovi. Mi sono permesso di avere più tempo e di fare un lavoro migliore, scegliendo proprio con più cura le rime.Ad oggi non c’è niente che cambierei di questo disco.

La direzione creativa era proprio quella: costruire un immaginario diverso rispetto a prima, che rispecchiasse la mia crescita. In questi anni mi sono reso conto che mi piacciono cose che prima magari non mi appartenevano, quindi ho cercato di dare a tutto il progetto quell’impronta lì, seguendo quello che sentivo davvero dentro. Magari un Gacha di quattro anni fa non era totalmente questa roba, mentre oggi sì. E allora mi sono detto: se ai miei fan voglio mandare il messaggio di essere se stessi, devo esserlo anch’io in primis. Da lì ho iniziato a concentrarmi di più e a curare tutto in maniera diversa.

Potete fare tutto quello che avete in mente, potete creare tutto quello che volete mettere là fuori, ma ci deve essere una direzione creativa

Giuliano Calza in SFILATE

Ti sei sentito più libero?

Molto più libero. Più gasato di sperimentare e di fare qualcosa che piacesse in primis a me, capito?
Anche perché arrivavo da un periodo, che abbiamo tutti nella vita, in cui senti che ti manca qualcosa. A me mancava vivermi la musica senza percepirla come un lavoro, come se fosse solo un divertimento allo stato puro.

Parlando della lavorazione del disco, penso sia stato importante per te anche prendere il giusto tempo per buttare giù le idee. In questo periodo storico si parla tantissimo delle scadenze e della velocità con cui bisogna uscire, com’è il tuo rapporto col tempo?

Il rapporto col tempo lo vivo a volte bene e a volte male. Da artista mi sento sicuramente addosso delle scadenze e certe volte mi sembra anche di essere più lento rispetto a quanto vorrei. Però mi sono sempre preso il tempo necessario per fare la musica che realmente mi piaceva per tirare fuori le cose esattamente come volevo farle.

Perché alla fine una settimana non cambia niente. Nemmeno un mese. Non cambia se esci prima o dopo, cambia come esci. Motivo per cui questo disco doveva uscire a settembre, poi a novembre, poi a gennaio… e alla fine siamo usciti. È successo perché la roba non era ancora al massimo della sua potenza, mentre ora sì.

Quindi da una parte mi sento un po’ schiavo delle scadenze, però dall’altra la verità è che quello che fai poi non ha davvero una scadenza. Alla fine ti prendi sempre più tempo per fare le cose bene, per fare le scelte giuste e per farle come realmente vorremmo.

Poi dipende anche da che artista sei, ma io non so se nella vita farò venti dischi. Proprio per questo vorrei dare a ogni disco il suo peso e il suo tempo. Non puoi mettere fretta alle cose fatte bene, can’t rush greatness, non puoi mettere fretta alla grandezza. Mi rivedo tanto in questa cosa.

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Nel momento in cui la musica diventa un lavoro si porta inevitabilmente dietro tutte le dinamiche del lavoro, come scadenze, pressioni e aspettative. Anche perché oggi ci sono persone che lavorano con te, una macchina che si muove intorno al progetto. Il problema nasce quando questo rapporto col tempo diventa tossico. Oggi siamo sempre spinti dalla fretta, dall’idea di dover uscire continuamente e di essere presenti. Nel tempo ti ho sempre visto molto prolifico a livello di uscite, senza però lavorarci in modo superficiale…

Se potessi avere un desiderio legato alla mia carriera, sarebbe quello di riuscire a far uscire le cose sempre un po’ prima. Però poi capisci anche che spesso sei tu stesso a metterti i bastoni tra le ruote, perché alla fine devi darti il tempo giusto per fare le cose nel modo giusto.

Se vuoi avere una carriera di due anni, allora la fretta è importante, se ne vuoi avere una di vent’anni cambia tutto. Esiste il momento giusto, esistono le tempistiche giuste, ma fare il prodotto perfetto vale molto più di qualsiasi corsa contro il tempo.

Assolutamente. Si parla sempre dell’importanza della presenza, ma secondo me è importante anche l’assenza. Soprattutto quando fai un disco come questo, dove vai a tirare fuori concetti e pezzi della tua vita personale che senti davvero addosso. Una frase che mi è rimasta particolarmente impressa del tuo disco è “Ringrazio la mia psicologa, era il momento di fare luce dentro l’ombra“. Quanto ha inciso su di te il percorso psicologico?

Tantissimo. Il percorso psicologico è una cosa che ho iniziato relativamente da poco, da novembre, però mi ha acceso una lampadina all’interno dell’ombra perché mi ha fatto dare senso a tutto e mi ha fatto capire che le problematiche che ho sono anche figlie del momento che sto vivendo, del percorso che devo fare e della vita stessa.

Avevamo anche fatto una canzone per il disco che poi alla fine non abbiamo tenuto, era quasi una prova di outro, dove parlavo proprio del discorso psicologico. Ricordo che Sala mi disse che secondo lui era importante mandare ai fan il messaggio di non avere paura di andare dallo psicologo.

Tante persone hanno ancora paura di fare quel passo, ma in realtà lo psicologo è una persona esterna ed è un più uno. È qualcuno che non ti giudica, che non ha interesse nel giudicarti. Anzi, quasi non ti interessa nemmeno cosa possa pensare di te. E se trovi la persona giusta, come è successo nel mio caso, può davvero darti tantissimo.
Magari un domani quel pezzo uscirà, non lo so. Il messaggio era proprio quello: far capire che la salute mentale è forse una delle cose più importanti su cui lavorare davvero. Tante volte i vizi di cui ci circondiamo sono cose che in realtà ci tolgono più di quanto ci diano.
Investire tempo, energie e tutto quello che hai su qualcuno che possa capirti e aiutarti a stare bene è una cosa che consiglio sinceramente a tutti i miei fan.

Gloria, un brano sentitissimo, è dedicato a tua madre. Come si è evoluto il rapporto con i tuoi genitori mentre ti dedicavi a questa passione e poi carriera?

Il rapporto con i miei genitori si è evoluto in una maniera bellissima, sono i miei primi supporter: si impegnano per cercare di capire i miei testi, si interessano a tutto quello che faccio, quindi è bellissimo.

La parte che a volte mi pesa, e secondo me pesa anche a loro, è il fatto che rispetto a una volta passiamo molto meno tempo insieme. Crescendo hai sempre mille cose da fare, stai spesso fuori casa, hai meno tempo e meno attenzioni da dare ai tuoi genitori. Purtroppo credo che questo sia uno dei prezzi da pagare quando credi davvero in qualcosa e vuoi costruirti il tuo percorso.

E questa cosa non la sento solo con i miei genitori, ma anche con gli amici e con tutte le persone a cui tengo. Infatti è uno dei motivi per cui ho scritto il pezzo dedicato a mia mamma. Lei per me è una figura troppo importante e volevo che fosse dentro un disco così importante. Mi sembrava giusto che una persona che è una colonna portante della mia vita diventasse anche una colonna portante del disco.

Poi i miei genitori mi supportano da sempre. Se oggi sono qui è tantissimo grazie a loro, perché qualunque cosa avessi detto di voler fare, mi avrebbero risposto: “Vai, falla”. E sono felicissimo di avere dei genitori così.

Infatti ai miei fan auguro sempre una cosa: se avete dei genitori che vi supportano, rendetevi conto della fortuna che avete e dategli il tempo e l’amore che meritano. E se invece non avete avuto questa fortuna, cercate un domani di essere voi quella figura lì per i vostri figli. Perché puoi fare tantissime cose grazie al supporto dei tuoi genitori, ti senti vincente in partenza.

All’interno del disco non sei da solo, mi racconti queste collaborazioni?

Rispetto tantissimo Prima stanza a destra perché non è una persona che fa musica, ma veramente un artista. Ha il coraggio, il piacere e veramente la necessità di fare quello che vuole fare. È una persona mistica, non si sa chi è, fa una musica particolarissima che fa solo lui e non puoi replicare.
Io e Sala stavamo sperimentando un po’ di robe diverse. A un certo punto ci siamo detti “Questo pezzo è incredibile, chi con chi potremmo farlo?” E la risposta è stata subito lui. Quando gliel’abbiamo mandato si è gasato tantissimo e alla fine è uscito quello che, secondo me, è il pezzo più bello del disco. Mi fa impazzire, proprio una roba di cui non mi capacito.

Con LILCR avevo già lavorato insieme sul suo disco e mi ero trovato molto bene con lui. È una persona che si impegna davvero e si dà da fare in maniera assurda. Poi ha una vita super intensa: è padre, corre a livelli professionistici, fa musica in maniera professionistica, fa mille cose contemporaneamente.
Ho scelto lui per BALLAS 3 perché sentivo che i primi due capitoli fossero stati percepiti molto come una roba mia e di Mambolosco. Ne ho parlato anche con Mambo, che tra l’altro è uno dei pochi amici veri, e lui ha capito tutto. Ho deciso quindi di non mettere lui proprio perché volevo che i fan capissero che BALLAS è una cosa mia a tutti gli effetti. Questo non vuol dire che in futuro ci possa essere di nuovo Mambo, anzi. Però in questo momento avevo bisogno di staccarmi un attimo da questa cosa e secondo me LILCR è stato perfetto.

22simba invece è secondo me una delle migliori penne che abbiamo attualmente in Italia, quindi son felice di averlo a bordo sul disco e su una traccia come Come sarebbe il mondo se regnasse l’arte.
Quando l’abbiamo fatto ho pensato subito che mi servisse qualcuno capace di rispondere davvero a quella domanda. E lui, per come scrive e per come analizza la vita, quella cosa la sa fare davvero. Infatti è una delle canzoni che mi piace di più.
Per di più sono super felice del percorso che sta facendo e di averlo visto crescere. Sono felice per lui, per quello che gli sta succedendo e per quello che verrà, perché un artista così può solo crescere.

Il pezzo con Giuliano Calza nasce anche perché abbiamo un bellissimo rapporto, ci troviamo su tante cose, ci vediamo anche al di fuori del lavoro e in lui rivedo molto del mio approccio alla musica. Lui col suo brand fa quello che gli va di fare.
Questa è una roba che rispetto tantissimo, non seguire le regole del mercato, ma creare il tuo mercato. Con lui volevamo unire musica e moda, ma non parlando di moda, volevamo farlo dentro alla musica. Mettere uno stilista in una skit dentro un disco secondo me è una roba super figa e anche molto originale. Non avrei visto nessun altro al posto suo, perché condividiamo davvero lo stesso modo di vedere le cose.

Era da tanto che volevo fare un pezzo con Silent Bob, più volte ci siamo inseguiti, ma non abbiamo mai chiuso niente realmente. Quando gli ho scritto volevo proporgli qualcosa di diverso dal solito. Perché se leggi “Diss Gacha feat. Silent Bob” ti immagini automaticamente un certo tipo di pezzo, no? Io invece volevo sorprendere. Secondo me lui rispecchia benissimo quel mood più gospel e solare di Domenica, anche se la gente magari lo collega a robe più intime e deep. E sono contentissimo del risultato, perché secondo me abbiamo fatto una hit vera. Anche lui era super felice, infatti mi disse: “Bro, ultimamente mi proponevano sempre le stesse cose su cui spacco, volevo fare qualcosa di diverso”.

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Per quanto riguarda Low-Red, dicevamo da anni che avremmo dovuto fare un pezzo insieme. In realtà abbiamo fatto pezzi mai usciti. Sono felice di aver fatto Tokyo Drift e abbiamo scelto di pubblicarla prima del disco proprio perché ci sembrava una manata troppo forte per rischiare che si perdesse dentro un progetto con così tanta roba.
Facendola uscire prima le abbiamo acceso un riflettore addosso e le abbiamo dato il peso che meritava. Era come dire alle persone di fermarsi ed ascoltare questa roba perché è veramente potente.

Chiudo con l’ultima domanda seria. In Martedì Grasso dici “Se lo vuoi nel futuro devi farlo nel presente”: per cosa stai correndo oggi?

Sto correndo per costruirmi uno spazio in cui poter fare davvero quello che voglio, lasciando qualcosa a chiunque abbia voglia di ascoltarmi e seguirmi.
Sto correndo perché tra vent’anni voglio potermi guardare indietro e dire: “Complimenti, hai corso tanto, fatto belle cose, ti sei divertito e ti sei vissuto la vita al massimo”.

Foto di Jacopo Pasqui per Boh Magazine

Medico, founder e direttore di Boh Magazine

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