Vediamo se conferma o ribalta il risultato.
L’habitat è un luogo che possiede un insieme di condizioni tale da essere adatto alla vita di determinate specie di animali o piante. SilentBob, con l’ultimo disco Habitat Cielo, ci accoglie nel suo di habitat. Le 12 tracce delimitano un’area separata dal resto, protetta, dove è veramente possibile per il rapper confidarsi e per chi ascolta riconoscersi nelle sue parole.
Gli stati d’animo più cupi, come il dolore, la sofferenza, possono essere difficili da trattare, soprattutto se ci si distacca da luoghi comuni o modi stereotipati di riferirsi ad essi. Silent in Habitat Cielo, ancora di più rispetto agli album precedenti, ha trovato un suo linguaggio per esternarli.
È una maniera genuina di parlare, molto diretta, dove non c’è bisogno di edulcorare niente.
La potenza della sua penna sta nel saper raccontare persone, come nel caso di “Lei è” o situazioni come in “Grazie, addio” che sono molto forti e complesse. Silent, attraverso poche frasi, ne tratteggia i contorni e li riempie restituendo l’intensità emotiva che gli spetta.
L’album è interamente prodotto, mixato e masterizzato da Sick Budd, che ancora una volta riesce ad intercettare il tono emotivo delle parole del rapper e renderlo in musica. Il sound ricercato che caratterizzava già i primi due album, adesso risulta ancora più definito e ricco perché si nutre delle influenze dei diversi generi ascoltati da Silent e Budd.
Se nei dischi precedenti trovavamo già un’ottima cooperazione tra Silent e Sick Budd, in Habitat Cielo le due parti si sostengono e alimentano reciprocamente, tirando fuori il meglio da entrambi. Habitat Cielo ha una personalità decisa, tipica di chi non ha paura di esporsi e quindi di osare né a livello di scrittura né di sound.
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