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Interviste

Enrico Rassu e la capacità di raccontare persone e realtà attraverso le arti visive

Enrico Rassu e la capacità di raccontare persone e realtà attraverso le arti visive

Enrico Rassu, classe 1996, è un creativo a tutti gli effetti, utilizza la fotografia e più in generale le arti visive come mezzo per raccontare persone e realtà diverse, con un’attenzione particolare al mondo della musica. Al centro del lavoro ma soprattutto del modo di essere di Enrico c’è la curiosità e la voglia di conoscere persone, di creare rapporti, di condividere e collaborare.

Ho incontrato Enrico una mattina in uno di quei tipici bar milanesi di quartiere, ci siamo seduti nella piccola veranda del locale sotto a un pergolato e immersi in un’atmosfera senza tempo abbiamo iniziato la nostra chiacchierata.

Per cominciare: chi è Enrico Rassu (biografia, contatti e portfolio)

I tuoi scatti si concentrano sul mondo della musica. Dallo sviluppo della fotografia musicale negli anni 50-60 vediamo la fotografia e la musica come due arti intimamente legate, qual è il rapporto tra le due secondo te?

Oggi nel 2022 come nel 1950-60 penso sia fondamentale dare un’immagine. Sono convinto che l’immaginazione possa avere dei limiti e che sia importante per delle persone che apprezzano e sono incuriositi da un determinato mondo, poter vedere realmente che forma, che colori e che immagine abbia. La fotografia, il video, la grafica, la pittura sono arti che sono a supporto di questa richiesta. Prendiamo come esempio la musica: non ha immagine, è eterea.

In antichità, prima delle scoperte tecnologiche, le persone per ascoltare la musica dovevano riunirsi. Vedere la persona che performava era l’unica maniera per assistere allo spettacolo. Dall’era della riproduzione tecnologica, la musica non ha più avuto un’immagine di riferimento e quindi le arti visive sono state utilizzate per raccontarla, per far sentire più vicino il fruitore. Da questa rivoluzione nascono le cover dei dischi, i video musicali, i documentari, i magazine.

L’utilizzo dell’analogico e del bianco e nero sono due tuoi segni distintivi, ci sono altri elementi che consideri caratteristici delle tue fotografie e del tuo modo di lavorare?

Un punto chiave fondamentale della mia vita oltre che del mio lavoro è la relazione con le persone, in ogni mio progetto vedi un forte legame con l’altro. L’obbiettivo è andare in profondità
e riuscire a tradurre attraverso le immagini, la storia e le idee delle persone con cui lavoro.

A proposito di questo, com’è stato accompagnare nel 2018 Ernia nel processo di creazione del suo album 68? In questo caso la condivisione con l’artista di questo momento delicato come ha influito sugli scatti?

Avere avuto la possibilità di passare tempo assieme è stato fondamentale per conoscersi. Siamo stati una settimana a Barcellona e questo ha permesso di avere accesso a diversi momenti e lati di Ernia e di Matteo. Ho un bellissimo ricordo di noi ritornati a Milano qualche settimana dopo, al bar guardavamo le fotografie appena sviluppate e Matteo mi disse che nessuno lo aveva mai fotografato così.

Ero lusingato, mi sembrava di aver colto qualcosa che non era stata colta prima perché le persone si focalizzavano su altro. Anche il breve documentario fu un successo. Avevo raccontato la creazione del disco e raccolto delle interviste del suo team, Luke, Lillo, Ciro e e Simone. Sono molto grato al suo manager, Simone Pizzoccolo, per avermi chiamato al tempo, nonostante non ci conoscessimo aveva capito subito la mia visione.

Qual è l’esperienza che hai fatto come fotografo che ha impattato maggiormente sul tuo percorso e sul tuo modo di rapportati alla fotografia? 

Tutto serve a qualcosa. Penso che le esperienze non mi abbiano cambiato come fotografo ma come persona. Lo stile e la visione son rimasti gli stessi. Ovviamente sono migliorato tecnicamente e riesco a gestire anche dei set complessi e dei lavori creativi con più figure. Ma esperienza dopo esperienza noto un grande cambiamento nell’approccio alla vita e nella gestione del lavoro.

In un mondo dove tutto ormai è digitale hai scattato una cover cartacea per Outpump con Guè, che esperienza è stata? Il fatto che la destinazione finale del progetto fosse il cartaceo come ha influito sul tuo modo di lavorare?

È stato bellissimo. Non ero sicuro di essere a Milano in quelle date, ma alla fine ho prenotato un volo e son tornato da Londra. L’idea del magazine fisico, stampato e non online mi ha convinto. Quando vado negli uffici e nelle case e le persone mi fanno vedere dei libri o delle pubblicazioni rimango incantato.

Sapevo che Outpump sarebbe stata una grande occasione per mettere la mia firma in una parte di storia di questa cultura. Il loro primo cartaceo, con Gue. In un’edizione limitata di 1000 copie. È stata una grande sfida e ne è valsa la pena. Abbiamo lavorato in 12 sul set, in 4 ore abbiamo portato a casa tutta la storia. Il team è stato formidabile, il feedback online e l’evento in Triennale son stati la ciliegina sulla torta. Fotografare una cover è un segno di riconoscenza, ha chiuso un cerchio.

Cover del magazine Outpump con Guè fotografato da Enrico Rassu

Hai curato la direzione creativa di alcuni dischi come “Trapshit” degli FSK, “Assurdo” di 13Pietro o “Urban jazz” di IAMDDB. Quanto l’immaginario visivo che si crea intorno a un’artista influisce sull’impatto che esso ha con il pubblico?

Cento per cento, alla fine oggi ci ricordiamo più dell’immagine che di qualsiasi altra informazione, quindi la fotografia, i video, la grafica sono dei mezzi fondamentali. Mi trovo sempre più a mio agio nel ruolo di direttore della comunicazione e direttore creativo. Il lavoro su come comunicare un disco di un’artista, o il prodotto di un brand mi affascina. Un disco è un’idea, una persona che ha un’idea e tu cerchi di trovare la maniera di portare a termine questa idea.

Oggi è fondamentale il racconto visivo, l’attivazione offline, capire dove presentare il disco, come incuriosire i fan con i poster, i qr code, una fanzine fatta ad hoc,. È imprescindibile un discorso di questo tipo, anche lo stesso Tha Supreme che non si è mai fatto vedere, quanto ha spinto nella creazione del cartone animato, nel come scriveva i titoli, avere una parte visiva, è cento per cento.

 La copertina dell’ultimo singolo di Nerissima Serpe, aahora, è un tuo scatto, vorrei chiederti qual è l’idea che sta dietro a esso e se c’è qualche cosa che ti ha ispirato in particolare

Quella fotografia l’ho realizzata con Roberto Graziano che è un mio caro amico e collega.
Ci hanno chiesto di trasformare il clichè di Gang e quartieri tipico del rap. Volevano un’immagine più pulita che strizzasse l’occhio alla cultura dell’est. Partendo da queste parole abbiamo pensato all’elemento dei tappeti, un oggetto elegante e che allo stesso tempo richiama molto quella cultura,
poi abbiamo cercato una casa che non fosse nuova, ricca, ma uno spazio che richiamasse un po’ di vissuto.

Nello stesso periodo molti ragazzi e fan avevano iniziato a fare il taglio di capelli come Nerissima, il “taglio squalo”, allora abbiamo avuto idea di trovare dieci modelli tutti di età, etnie diverse, ragazzi filippini,italiani, Irlandesi. Gli abbiamo fatto fare lo stesso taglio e li abbiamo riuniti in una stanza con Nerissima al centro. Abbiamo dato vita a questa immagine che richiama un magazine di moda ma allo stesso tempo visti i volti che non sono modelli ma sono ragazzi normali, di strada, ha quella credibilità street.

È andata molto bene, è stata apprezzata, abbiamo utilizzato il colore, abbiamo scattato in pellicola. La composizione è stato un flusso, ognuno faceva un passaggio, io magari mettevo prima Nerissima, poi Roberto inseriva un altro ragazzino, poi Asia la set designer spostava il tappeto verso sinistra, Klauido il manager aggiungeva un quadro. È stato un viaggio, l’abbiamo costruita insieme.

 Con la diffusione capillare dei social network, in particolare di Instagram, ci troviamo in quanto fruitori bombardati di immagini ma allo stesso tempo in quanto utenti attivi è come se fossimo tutti “fotografi”, è inevitabile che questo abbia cambiato il modo di guardare alla fotografia, in che modo secondo te?

L’ha cambiata completamente, non è più un mezzo elitario, prima c’era il problema del costo, per avere una macchina di un certo tipo dovevi avere dei soldi quindi non tutti potevano farlo, adesso tutti possono avere un profilo instagram e tutti possono fare foto con l’iphone, questo da un lato è positivo ma dall’altro non permette realmente di capire chi sono i professionisti e chi non lo sono.

Vedi sempre immagini in uno schermo piccolo, ognuno si autocelebra, non hai la possibilità reale fino a quando non hai un’esperienza offline di capire chi sa fare le cose e chi no. Tutti possono scrivere I’m a photographer, musician, journalist ma poi che competenze hanno, da quanto lo fanno, dove affondano le loro radici.

Cosa si riesce a comunicare con un’immagine che con altri mezzi non si riuscirebbe?

Puoi documentare, puoi far vedere che una cosa è esistita veramente. Questo è il punto. Qualcosa è successo e tu eri li mentre stava accadendo. Poi a seconda della fotografia, puoi raccontare un bel vestito, puoi fare una fotografia di un tennista che ha appena vinto ed ha lacrime gioia, puoi raccontare le torri gemelle che bruciano, due animali che si accoppiano, puoi raccontare un infinita serie di eventi e di emozioni.

Conclusioni

Enrico Rassu è riconosciuto come fotografo ma la direzione che sta prendendo il suo percorso lavorativo e soprattutto di vita è molto più ampia. La fotografia e le arti visive sono per lui un mezzo per raccontare le cose. Più che alla posa perfetta è interessato al rapporto con le persone, al modo in cui presentare un progetto come nel caso della direzione creativa e della comunicazione di un album.

Mi ha parlato di come la fotografia sia un mezzo solitario e della sua voglia invece di lavorare con altre persone che fanno altre cose, con altri fotografi che spaccano, vedere come lavorano loro, ognuno ha delle sue capacità, lavorare insieme significa avere nuovi input, metterli insieme, mescolarli e arrivare a un livello successivo. Questa sua attitudine la riconduce alle sue origini Hip Hop che è un mondo fatto di condivisione. 

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