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Interviste

Ketama126 ci spiega l’importanza del cambiare prospettiva

Ketama126 ci spiega l’importanza del cambiare prospettiva

Qualche giorno fa abbiamo avuto l’occasione di fare quattro chiacchiere con Ketama126. Si è parlato di molte cose: del suo ultimo disco Armageddon, della sua continua voglia di sperimentare all’infuori del suo genere di appartenenza e soprattutto di come le sue esperienze degli ultimi anni gli abbiano permesso di cambiare prospettiva sul suo lavoro e, in generale, sulla sua vita.

Nell’intervista si palesa molto il suo lato umano. Ci ha parlato delle sue passioni, dei suoi limiti e delle sue aspirazioni con molta onestà e schiettezza.

Buona lettura.

Come va? Come stai vivendo questa prima vera stagione di concerti da due anni a questa parte?

Molto bene, sono contento dell’uscita del disco e che sia ricominciato tutto il giro di concerti, visto che per due anni non abbiamo potuto fare praticamente nulla. Sono felice di poter ricominciare.

Tra l’altro tu sei uno di quegli artisti che cura molto i propri live. Ricordo di averti visto al Videocittà lo scorso anno. Nonostante il pubblico fosse seduto per via delle restrizioni, fu uno spettacolo stupendo.

Sì, fu una bella occasione dato che non si poteva fare molto. Ne abbiamo approfittato per suonare con tutta la mia band, cercando di creare qualcosa di godibile anche da seduti.

Io in generale tendo a curare molto le mie esibizioni live sia perché è la parte che più mi diverte del mio lavoro sia perché senza di esse perde di senso tutto ciò che faccio; quindi, cerco di fare più concerti possibile.

Quest’anno potendo riavere il pubblico senza restrizioni stiamo cercando di portare dei live in cui la gente possa divertirsi appieno. Stiamo girando per vari festival con il mio Dj poi in inverno faremo un tour con la band.

Daje, non vedo l’ora.

Il termine Armageddon, nel libro dell’Apocalisse, indica il luogo in cui ha inizio la guerra tra Bene e Male o più in generale la fine del mondo. Come nasce questo tuo interesse per il misticismo e la religione? E cosa volevi esprimere, dunque, con il concept di questo disco?

Diciamo che questi temi mi hanno sempre affascinato. Già dai tempi di Oh Madonna ho sempre inserito riferimenti alle religioni nella mia musica, cercando di mischiare tra loro il sacro e il profano.

Armageddon è stato scelto, innanzitutto, perché è un titolo a effetto che avevo in testa da tempo. Mi piaceva molto, è stato un po’ un’illuminazione quando ci ho pensato. Inoltre, pensavo si addicesse molto al periodo che stavamo vivendo. Sembrava di vivere in un film di fantascienza di quelli brutti. Ogni volta che accendevi la televisione sembrava una puntata di Black Mirror.

Inoltre, la mia personale interpretazione del termine Armageddon è quella del vivere ogni giorno come fosse l’ultimo, cercare di godersi il momento. Diciamo che se mai arrivasse il giorno del giudizio spererei di morire felice.

Quindi, l’unione di questi tre fattori ha fatto sì che il titolo perfetto per questo disco fosse proprio questo: Armageddon.

Videoclip del singolo Armageddon di Ketama126

Nell’album si nota molto la tua voglia di sperimentare. Le tracce, infatti, risultano molto diverse tra di loro pur rimanendo sempre nel contesto della Trap. Cosa ti ha spinto ad allontanarti dallo stile più rockeggiante del tuo precedente progetto?

Diciamo che il Rock in tutte le sue forme mi è sempre piaciuto. Sicuramente il mio stile è stato sempre caratterizzato da un’atmosfera Emo-Rock. Rehab è il disco che più risente di quelle influenze stilistiche e ricordo che in quel periodo in Italia nessuno portava quel genere di musica Trap mista al Rock.

Anche in questo disco ci sono elementi Rock ma di un altro tipo rispetto a quello che facevo prima. Se negli altri progetti utilizzavo dei suoni più vicini al Grunge e all’Emo, in Armageddon le chitarre sono più Reggae o in stile Santana.

Poi i viaggi che ho fatto nell’ultimo periodo, in Kenya, Marocco e Spagna, hanno sicuramente contribuito a farmi cambiare stile e a sperimentare cose nuove. Chitarre in levare, spagnoleggianti e in generale quel tipo di attitudine lì mi rispecchiano molto in questa fase della mia vita.

A me piace spaziare piuttosto che fare sempre la stessa cosa. Mi rendo conto che riproporre un disco come Rehab sarebbe stato più facile e magari avrebbe fatto anche più numeri, però quel tipo di musica non fa più parte della mia quotidianità. In questo periodo ho ascoltato molto Reggae e Flamenco rispetto al Rock.

Anche il fatto che tu ti sia cambiato come persona ha contribuito a questo cambio di stile, immagino.

Ma sai è dipeso anche dal periodo. Magari stando sempre dentro casa preferivo ascoltare roba più tranquilla e rilassante rispetto che sentire Rock e Metal.

E l’aver coinvolto così tanti produttori ha influito sulla varietà stilistica del disco?

Sì abbastanza. Ho diretto l’intero progetto da solo ma comunque io non sono un musicista per cui se devo far suonare qualcosa preferisco rivolgermi direttamente a qualcuno di esperto. Un mio amico ha suonato tutte le chitarre del disco, Drone126 e G Ferrari hanno suonato i synth.

Ognuno aveva il suo ruolo e tutti alla fine hanno contribuito alla buona riuscita del disco.

Se c’è una canzone che mi ha entusiasmato davvero è stata “Guerra”. Il pezzo si presenta come un banger potentissimo a un primo ascolto ma poi ci si rende conto della carica di denuncia sociale presente in esso. A chi ti ispiri nel portare avanti certi argomenti? Pensi che nella scena rap di oggi si dia il giusto peso a queste tematiche?

Dal punto di vista “sociale” posso dirti che mi ispiro a persone tipo Bob Marley. In generale, io sono cresciuto ascoltando quei miti della musica, persone che non facevano solo canzoni per finire nelle classifiche.

A me, quindi, viene naturale cercare di fare musica che rimanga nel tempo, imitando l’approccio che avevano quegli artisti nei confronti del proprio lavoro.

Capisco, vuoi lasciare qualcosa all’ascoltatore, trasmettergli un messaggio che gli resti dentro.

Sì, un bel brano è tale se riesci a inserire in esso più piani di lettura. Una canzone povera di contenuti, personalmente, la trovo poco interessante. Io in primis cerco di fare musica che piaccia a tutti ma che allo stesso tempo si presti a diverse interpretazioni.

In altre sedi hai parlato spesso del tuo viaggio in Kenya, di come ti abbia ridato ispirazione. Parliamo di un Paese con una cultura estremamente lontana dalla nostra, dunque, cosa ti ha lasciato questa esperienza dal punto di vista musicale ma soprattutto dal punto di vista umano?

Di base sì, la loro cultura è estremamente lontana dalla nostra ma essendoci stato posso dirti che il Kenya è pieno di italiani. I locali, infatti, conoscono benissimo la cultura italiana, semmai siamo noi che conosciamo poco la loro.

Anche questo fa sì che gli italiani vengano facilmente accettati. Non ti parlo di Nairobi che è la capitale ma sulla costa da Mombasa a Malindi è pieno di italiani.

In generale ho notato che quando sei all’estero è sempre un orgoglio essere italiani, perché veniamo apprezzati, poi certo quando sei in Italia è un po’ diverso. Tendiamo sempre ad accentuare i nostri problemi.

Prima di partire ero piuttosto abbattuto. Avevo la testa piena di negatività per il fatto che non potevo suonare dal vivo. Tutta la situazione mi stava deprimendo abbastanza.

Quando sono arrivato in Kenya invece mi sono reso conto del fatto che molti problemi per cui soffrivo, confrontati con i problemi che avevano le persone che abitavano lì, venivano quasi annullati, non so come dire. Perciò quando poi sono ritornato dal mio viaggio sono riuscito ad avere una mente molto più aperta, pronta ad affrontare tutto ciò da cui prima non riuscivo a uscire.

In Kenya per molte persone il problema è cercare di arrivare a fine giornata, per farti capire. Superato quello tutto il resto è in più. Quindi dopo aver visto con i miei occhi situazioni simili ho potuto avere la capacità di smettere di considerare certi problemi che avevo come tali.

Poi, per quanto riguarda lo stare in Kenya in mezzo a certi ambienti, io non sono mai stato un tipo troppo ansioso o paranoico, mi rendo conto che magari qualcun altro al mio posto preferirebbe andare altrove.

Io mi sono trovato talmente bene che addirittura ho deciso di acquistare un pezzo di terreno lì e se Dio vuole riuscirò a costruirci qualcosa.

Ti godrai la tua meritata pensione a casa tua in Kenya.

Eh, sì soprattutto perché qua in Italia sarà un po’ difficile godersela per noi musicisti. Là, invece, potresti anche farti una bella vita.

Videoclip di Benedizione di Ketama126, girato durante il suo viaggio in Marocco.

Un altro brano che mi ha lasciato molto sorpreso è stato “Sotto la Luna”. Pensi si sia trattato solo di un esperimento isolato o potrebbe essere quello il sound su cui continuare a costruire i tuoi prossimi brani?

Non saprei, sicuramente è nato da un tipo di approccio che vorrò adottare più spesso in futuro. In questo caso si tratta di un singolo esperimento, in quanto è l’unico pezzo in tutto il disco che esce dai canoni della Trap.

Infatti, penso che questo sarà il mio ultimo disco totalmente basato sugli schemi della musica Trap. Nei prossimi anni penso proprio che farò roba più slegata da quel genere cercando di sperimentare il più possibile.

Inoltre, ho letto che il sassofono in quel brano è suonato da tuo padre, com’è stato lavorare a un pezzo insieme a lui?

Con lui è sempre bello lavorare. Era da un po’ di tempo che mi chiedeva di fare un altro pezzo insieme, solo che non c’era ancora una canzone adatta. “Sotto la Luna” alla fine era il pezzo perfetto, addirittura lui ha avuto l’idea di inserire oltre al sax contralto anche un baritono per le parti più basse.

Il risultato finale ha spaccato.

Quando hai annunciato su Instagram che nel tuo disco ci sarebbero stati tre feat internazionali, ho pensato subito che uno di quelli sarebbe stato Chief Keef. All’infuori degli artisti esteri presenti nel disco, con quali o ti piacerebbe collaborare in futuro?

Magari ad avere Chief Keef nel disco! Però ti dirò, il fatto di non avere artisti americani nel disco è stata una cosa voluta, perché, tralasciando il fatto che fanno solo featuring a pagamento, non c’è un vero e proprio coinvolgimento da parte degli artisti.

Con gli artisti presenti nel disco è stato diverso. Il mio criterio di scelta fu proprio quello di inserire nel progetto persone che erano direttamente coinvolte nella realizzazione del disco e con cui c’è un reale rapporto di stima e amicizia.

Per dire, Raf Camora non sono riuscito a incontrarlo in studio ma comunque abbiamo già collaborato per il suo disco, quando lui contattò me. Sentendoci spesso posso dire che c’è molto feeling tra di noi.

Mentre, Young Beef e Kaydy Cain li ho incontrati a Ibiza, dove ho lavorato alle prime tracce del disco. Siamo stati insieme tre giorni e dopo la collaborazione si è creato un bel rapporto. Io, inoltre, sono fan di tutti loro da molto tempo.

Altri artisti con cui ti piacerebbe collaborare, invece, magari europei?

Più che europei ultimamente sto in fissa con diversa roba Dancehall giamaicana. Seguo molto Skillibeng, per citarne uno.

Il mio sogno sarebbe di andare in Giamaica in carcere da Vybz Kartel e fare una traccia con lui.

Molto Hip Hop ‘sta cosa.

Vero. Però a parte scherzi, dopo questo album spero di riuscire a viaggiare il più possibile all’estero, cercando di portare quello che faccio anche in altre parti del mondo.

Parliamo un attimo del futuro. Ti è mai capitato di pensare a “cosa farai da grande” all’infuori della tua carriera musicale? Hai voglia di sperimentare altri settori artistici in futuro?

Beh, col Covid in effetti ci ho iniziato a pensare molto al futuro. Perché comunque sono stato fermo per diverso tempo, senza poter lavorare, è chiaro che ho iniziato a dire “forse ci vorrebbe qualcos’altro da fare”.

Comunque, sì, fuori dalla musica ho sicuramente altri interessi, come ti dicevo mi piacerebbe fare qualcosa fuori dall’Italia. Se avrò mai la possibilità di investire qualche soldo in Africa, magari nel settore del turismo, ne sarei ben contento.

Per quanto riguarda altri settori artistici, a me sinceramente interessa solo la musica. Già quella mi impegna completamente, se iniziassi a concentrarmi anche in altri ambiti non riuscirei a fare tutto al meglio.

Che poi l’arte può essere qualsiasi cosa, anche il cibo, per dire.

Eh sì, infatti, ci sono un sacco di rapper che aprono anche dei ristoranti.

Esattamente.

Grazie mille per questa chiacchierata.

Grazie a te.

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