Foto di copertina di Cristina Ippolito
Dopo due anni di silenzio discografico, Mezzosangue è tornato con Viscerale. Questo disco racconta la sua crescita personale, il percorso artistico e le scelte che lo hanno portato a evolvere sia musicalmente sia umanamente. Rispetto al precedente album, Viscerale mostra una maturità più profonda: testi più riflessivi, e un approccio emotivo che unisce introspezione personale e consapevolezza artistica.
Nel corso del suo tour, abbiamo chiacchierato con Mezzosangue approfondendo con lui il significato della maschera e della cover dell’album, il rapporto con la scena rap italiana e con altri artisti, la gestione dei live e dei social, il lavoro con i produttori e il modo in cui la sua musica si confronta con un periodo di forte polarizzazione culturale e sociale.
Buona lettura.
Ciao Luca, Innanzitutto, sei in tour, come sta andando? Ti trovi bene?
Sta andando molto bene, perché ho delle persone – non mi piace chiamarli fan – che mi seguono, educate in un certo senso a quella spiritualità e sensibilità. Di conseguenza è molto bello, perché escono fuori discorsi interessanti, sia nel post, sia sul palco. C’è un’energia magica.

Ho notato che il pubblico romano, soprattutto quello degli artisti nati nei primi anni ’90 come te e nayt, è particolarmente educato e rispettoso. Anche nei live di nayt si vede chiaramente, e lui stesso lo sottolinea. Secondo te da cosa deriva questa caratteristica?
Roma mi ha insegnato a guardare oltre il tempo presente. È una città che ti educa all’eternità, a concentrarti sulle questioni umane più profonde e universali, non su ciò che è momentaneo. Penso che questa attitudine si rifletta poi anche nel pubblico, che spesso rispecchia gli artisti romani e il loro modo di sentire.
Vorrei partire dal titolo del disco, Viscerale: una parola che richiama qualcosa di crudo, diretto e primitivo, che viene dalle viscere. In che modo questo termine rappresenta il tuo album?
Il titolo è nato da un brainstorming con il team. Avevo un titolo, però non lo sentivo proprio di questo disco, quindi abbiamo cercato una parola che descrivesse me, la mia musica e l’approccio che ho nella vita. Quando è uscita viscerale è stato come un flash, mi ci sono riconosciuto subito, visto che tutto quello che ho fatto, scritto e vissuto nella vita è sempre stato viscerale. Da qui ha preso forma questo titolo.
Nel disco sembra che tu ti sia aperto a un pubblico più ampio, grazie a sonorità più accessibili come in Pronoia o Idiocracy. Alludi anche a un rapporto più strutturato con l’industria, che ti permette di concentrarti sull’arte. È corretto dire che c’è stata la volontà di allargare il pubblico, sia musicalmente sia usando in modo più consapevole gli strumenti dell’industria?
Riguardo al discorso sul mainstream, secondo me accade questo: esiste un processo mentale per cui una persona deve smettere di demonizzare qualcosa, che non significa normalizzarla, ma aprirsi all’idea che esiste e capire se rientra nel proprio gusto, e comprendere se quell’elemento fa davvero parte della propria identità.
In ambito artistico è fondamentale: un artista deve capire se sta portando una bandiera o se sta mostrando se stesso al 100%. Quando togli la bandiera e cerchi ciò che ti appartiene davvero, il discorso non è più pop, underground o mainstream, ma diventa un tema di percorso artistico. Se non consideri il processo, tutto diventa bipolare; includendolo, invece, si parla di identità, non di genere o posizionamento.
Credo di essere sempre stato percepito come un outsider. Un fan mi ha detto: “Ogni tuo disco sembra scritto da una persona diversa e racchiude un periodo di vita in modo unico”. In questo senso, ogni mio progetto ha avuto un immaginario, un posizionamento e scelte artistiche differenti. Togliere le bandiere dal mio percorso è qualcosa a cui tengo molto: mi piace l’idea che un giorno si possa parlare di “genere Mezzosangue”, lontano da qualsiasi etichetta. Identità artistica al 100%.
Il discorso del pop, mainstream o underground, è più un discorso che alla fine fa il pubblico, che giustamente cerca di inscatolare sempre un artista.
Purtroppo abbiamo questo vizio come esseri umani: è un meccanismo di difesa in cui, quando non conosciamo l’altra persona o il suo intento, tendiamo ad attribuirgliene uno automaticamente. È un riflesso che ci porta a catalogare le intenzioni più che a osservare il percorso. Per questo finiamo spesso a creare bandiere e divisioni, ed è qualcosa che facciamo un po’ in tutto: nelle scelte, nelle questioni politiche, umane, personali, musicali, ecc.
Quando si lascia un artista libero di sperimentare, si supera il pregiudizio su ciò che “dovrebbe” fare e si ascolta davvero ciò che vuole esprimere. Questa crescita non riguarda solo l’artista, ma anche il pubblico, che evolve con lui e porta le proprie esperienze nel modo in cui lo ascolta.
Penso che sia fondamentale. Alcune persone sono rimaste deluse perché in questo disco non trovano più la stessa rabbia di prima. È come se volessero che restassi arrabbiato per confermare la loro, senza considerare che nel frattempo sono cresciuto. È un’aspettativa egoistica che non tiene conto del percorso personale e artistico, e che ho vissuto anch’io.
Riguardo alla barra sulla distribuzione: sembra rivolta alle major, ma nasce da altro. Molti pensano che distribuzione e major siano la stessa cosa o che la major entri nel progetto e ti dica cosa fare. In realtà, è solo un aiuto pratico: stampare i dischi, gestire la burocrazia, portare la musica nei negozi. Non c’è mai stato alcun intervento artistico. Capisco il pregiudizio, ma mi dispiace quando questa visione ricade su di me.
Per approfondire: come funzionano i contratti discografici?
Molti non conoscono l’industria e pensano semplicemente che se firmi sei venduto e se non firmi sei “vero”.
Per quanto riguarda i contratti, nel mio caso è sempre stato tutto molto pratico: un supporto concreto, non un’ingerenza artistica. Le persone spesso non sanno cosa c’è dietro e credono che io stia “vendendo” qualcosa quando pubblico un vinile o un progetto, ma dietro ci sono spese reali: il grafico, chi gestisce la burocrazia, l’amministrazione, i social. Senza un team sarebbe impossibile fare tutto. Solo che da fuori non si vede, e quindi arrivano giudizi basati su idee sbagliate. Mi dispiace, ma so qual è il mio intento: dedicarmi sempre più alla musica e lasciare che tutto il resto sia gestito in modo efficiente, così da potermi concentrare davvero su ciò che conta.
Restando sul tema dell’apertura, nel disco noto anche un’apertura verso te stesso: sia nella maturità dei brani, sia nella cover in cui appari sdraiato, rilassato e senza maschera. Sembra riflettere un momento di maggiore serenità personale e artistica. È così?
Ci sono tanti discorsi dentro la cover. C’è la casa, che è stata un punto centrale nella mia vita: ho perso quella in cui vivevo con la famiglia a 16 anni, quindi riuscire a costruire un minimo di nido personale, anche grazie alla musica, è stata una meta importante. Poi c’è il mio cane, che non c’è più, ma ha condiviso tutto il mio percorso artistico fin da Musica Cicatrene. L’ho trovato a 17 anni e abbiamo passato periodi in cui vivevamo in un buco senza nulla, scaldandoci su un letto di spugna raccolto per strada. Metterla in copertina è stato un modo per mantenere la promessa di darle una vita migliore.

C’è anche il percorso verso l’interiorità, che è una scelta politica: vivere in campagna, diventare più autarchico, coltivare le proprie cose e staccarsi dalla frenesia del consumo. Per me è il coronamento di un percorso in cui ho capito che il cambiamento sociale parte prima di tutto dal percorso personale e dalle scelte che facciamo.
Nel disco ci sono tre featuring, mentre di solito lavori da solo. Come sono nate queste collaborazioni e qual è il tuo rapporto con la scena rap italiana e quella italiana in generale?
Sto cercando di aprirmi un po’ di più alla scena rap, soprattutto per l’idea di fare più musica e lasciare più spazio alle collaborazioni. Ho notato che molti produttori, quando lavorano con me, puntano subito su sonorità complesse, profonde o molto emotive, e mi sono chiesto se questa dinamica potesse ripetersi anche con gli artisti: magari spingerli a scrivere una certa strofa o a entrare nel brano in un modo diverso. Per questo voglio aprirmi di più, perché creare possibilità è sempre meglio che chiudere tutto.
In questo disco ci sono tre featuring romani: Nayt, Gemitaiz e Icaro. Icaro è una persona con cui ho lavorato, e ho visto quanta passione e dedizione ha per la musica. L’ho coinvolto su un brano delicato, difficile da chiudere concettualmente, e lui è stato molto bravo: ne ha scritte diverse e ha trovato la chiave giusta, che è esattamente quello che cerco in una collaborazione. Gemitaiz l’ho scelto perché ha un’attitudine artistica che apprezzo molto: fa quello che sente, che piaccia o no. È uno che ha trovato la sua forma di essere e la porta avanti in tutto, nel modo in cui si esprime e si mostra. Lo vedo molto centrato sull’essere se stesso, al 100%. Con William, invece, c’è proprio un rapporto di amicizia. Abbiamo un bellissimo legame, ci scambiamo spesso pezzi, idee, inediti, e questa è già la nostra terza collaborazione. È naturale lavorare insieme, quindi sicuramente ce ne saranno altre, anche per provare cose nuove.
Nayt ha un percorso simile al tuo: partito con rabbia, è esploso nel 2018 e col tempo ha smussato gli spigoli, approdando a uno stile quasi cantautorale pur mantenendo elementi rap. Nel modo di comunicare e nell’evoluzione del messaggio, mi sembra un movimento molto vicino a te.
È stato bello che a Roma nayt lo abbia detto pubblicamente: succede raramente che un artista riconosca apertamente di essersi ispirato a me. Spesso me lo dicono in privato, ma non lo dichiarano mai davanti al pubblico. Sentire William farlo, e vedere come ha portato quei discorsi nel suo percorso mantenendo comunque la sua identità, è stato davvero significativo. Artisticamente sta andando in una direzione molto bella, e questo riconoscimento per me conta davvero molto.
I tre featuring mostrano il legame con la scena romana e il senso di identità legato a Roma, mentre oggi la scena è più Milano-centrica, con qualche sprazzo di Napoli. Come ti senti riguardo all’idea di aprirti di più e collaborare per fare più musica?
Apprezzo molto la scena napoletana, soprattutto per l’attitudine al rap e per quell’attaccamento alla terra che trovo estremamente romantico. Mi piace anche la scena genovese, che tira sempre fuori un lato autoriale e cantautorale dagli artisti, cosa che ho sempre stimato. È bello vedere tutto questo nel rap: stiamo vivendo un momento davvero interessante. Con la scena milanese faccio un po’ più fatica, più che altro per il ritmo e le dinamiche tipiche di Milano, in cui mi trovo meno. Però ci sono artisti che riescono comunque a portare avanti un immaginario che apprezzo.
Da Sete in poi il tuo sound è sempre stato più cinematografico. Per Viscerale, come hai gestito le produzioni con i vari produttori? Davi indicazioni precise o lasciavi spazio al loro flusso creativo?
Gestire le produzioni di un disco è sempre un lavoro costante. Negli anni ho provato tante formule: un unico produttore, due, produzioni suonate, digitali… In questo progetto ho aperto di più: metà disco è stata prodotta da un solo produttore e l’altra metà da vari nomi, tra cui Mr. Monkey, con cui siamo anche in tour.
La difficoltà sta nel far entrare i produttori nella visione del disco: come gli artisti, anche loro hanno un ego e un percorso personale, quindi non è sempre immediato allinearsi su una direzione artistica precisa. Bisogna riuscire a condensare ciò che vuoi esprimere e comunicarlo in poco tempo.
Ho registrato diverse session a Milano e l’altra parte a Roma, ed è stato bello vedere come ognuno cercasse di seguire ciò che avevo in mente. Rimane comunque una sfida continua, perché entrano sempre in gioco dinamiche personali.
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Di base sei anche il tuo direttore artistico stesso, vogliamo definirla così, anche nel suono?
Cerco sempre di spiegare la direzione con visioni chiare, riferimenti, sintesi che porto da ogni disco: magari dico “qui proviamo a dare fastidio”, “qui cerchiamo una sonorità che disturba”, “qui proviamo a dare più dinamica”. Entro sempre nel dettaglio, ma poi dipende dal produttore: alcuni sono disponibili, altri invece ti dicono subito “no, frate, il beat è mio, lascialo fare a me”.
Rispetto al Viscerale tour e all’esperienza live in generale, quanto è importante per te il palco e quanto arricchisce il tuo percorso artistico, anche nel rapporto con i fan?
Il live è molto importante, perché permette di cogliere piccole dinamiche personali: movimenti, uso della voce, parole che escono tra una traccia e l’altra, che trasmettono molto. In questo tour ho visto sia la mia crescita artistica che personale. Molti mi hanno detto: “Ti ho visto molto cresciuto”. Sono micro dinamiche che passano continuamente, anche via mail o negli incontri di persona, e che fanno la vera differenza. Il live è uno scambio reale di energia e fisicità, che permette alle persone di lasciarsi andare molto di più.
A Senigallia, ad esempio, alcune persone piangevano mentre suonavo: mi giravo e vedevo la scena, ma ho deciso di non guardare troppo perché altrimenti mi sarei sentito male anch’io. Vedere come il pubblico entra in empatia è stato bellissimo.

In un mondo dominato dallo streaming, la vera differenza la fa il live: anche con milioni di ascoltatori, il banco di prova è sul palco, dove si crea e si mantiene il legame con i fan.
Poi credo che faccia una grande differenza anche nella quotidianità: il rapporto diretto, faccia a faccia, conta davvero. Ti permette anche di capire se una persona vale come individuo, quindi per me è fondamentale.
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In ogni album, come dicevi parlando del “sono un’altra persona”, è come se cambiassi skin e passamontagna. Ora sei arrivato a questa nuova maschera: cosa rappresenta questo passaggio e perché cambi continuamente il passamontagna, dal rosso, al bianco in Sete, fino a qualcosa di più delicato e viscerale?
Il passamontagna per me è sempre stato più che un elemento estetico: rappresenta il percorso dietro l’estetica, perché anche il non essere estetici è una forma d’estetica. Ho cercato di rappresentare esteticamente il percorso dell’anima e rendere chiaro il viaggio. È passato dal taglio sull’occhio in Tree – Roots & Crown (2018), che era un riferimento alla mitologia norrena e a Odino, al triangolo rovesciato con chiodi dorati in Sete (2022), che rappresenta i ghirigori della mia mente ed è anche un’accettazione di chi sono. Con tutti i passaggi che faccio interiormente rischio di essere frainteso, ma c’è un momento in cui accetto che possa succedere e non me ne importa più. Rappresenta la visceralità dei miei pensieri, intricati, fatti di ricami, che però alla fine hanno un senso e una bellezza.
Tra l’altro, questo assottigliarsi del tessuto, una scelta totalmente casuale o può essere anche un indizio a un potenziale scoprirsi sempre di più
In questo caso è una scelta casuale: io cercavo di rappresentare i ricami e i ghirigori della mente, ma lo stilista Lorenzo ha trovato questi materiali, seguendo l’idea di renderlo più leggero anche per i live, perché altrimenti sarebbe diventato pesante. Non è un riferimento diretto a quello, ma c’è comunque quel percorso. La cover indica forse questo: penso spesso al passamontagna, che ha segnato una fase artistica, e sto valutando se chiudere quella fase e aprire un nuovo progetto da zero, coerente con il modo in cui vivo e mi esprimo. La maschera è un’idealizzazione, mia e del pubblico, che mi ha aiutato a fare certi percorsi e vedere certe cose. Forse è il momento di rappresentarle semplicemente.
Viviamo in un periodo polarizzato tra mainstream e underground, che influenza la società e i pensieri delle persone. Qual è, secondo te, il ruolo dell’artista in questo contesto?
In realtà hai toccato un argomento freschissimo, perché ne ho parlato molto in tour con la band e con il team. Avevo scritto un papiro, davvero una ventina di pagine, che volevo pubblicare sull’attualità e sulla polarizzazione, che ormai è ciò a cui i social ci spingono. Il social accelera tutto: diventa subito “mi piace/non mi piace”, commenti immediati senza ascoltare il pensiero, senza conoscere la persona. Si giudicano frasi di dieci secondi, dinamiche veloci e frettolose, e questo rende tutto sbagliato.
Poi una persona del team mi ha detto che è anche bello che l’artista dia la propria visione senza spiegarla, perché la spiegazione spesso chiude la curiosità. Invece di creare interesse e discussione, rischia di creare solo giudizio: dicendo la mia opinione alimenterei ancora di più quella dinamica per cui bisogna capire da che parte stai, se una cosa è giusta o sbagliata, se ti piace o no.
Apprezzo gli artisti che si espongono al 100%, ma è difficile farlo mantenendo attivo il lato artistico. Io lo faccio soprattutto nella musica: se facessi roba più leggera magari sarebbe più naturale espormi sui social, ma dato che già nella musica lascio immagini e questioni da interpretare, preferisco che sia l’ascoltatore a fare quello sforzo in più. Se non lo fa, va bene anche la polarizzazione: non ho la mania di dover spiegare tutto o salvare tutti.
Mi interessa far passare la mia visione attraverso l’arte, così chi è attratto dalla bellezza del linguaggio artistico può farsi un percorso personale per entrarci davvero.
Nel tuo percorso, fin da Musica Cicatrene, emerge chiaramente che la musica è il tuo principale strumento per esprimerti...
È una cosa assurda, perché mi viene anche criticata questa scelta di non prendere parte. Molti la leggono come: “Ora che sei in Sony non ti esponi”. Però in Merge et libera e in Stupido ci sono frasi molto chiare: quando dico “stupido che è l’ego di un primitivo che si chiede domani di cosa vivo”, l’ho visualizzata come la nascita del capitalismo e del consumismo, l’idea di vivere già nella paura del futuro invece che nel presente.
Queste dinamiche diventano un percorso personale, meno diretto, perché includono riflessioni che, se non hai fatto, non puoi giudicare. E questo riporta al tema del giudizio, che per me è un difetto umano. Io non mi espongo non perché “c’è Sony”, ma perché dovresti capire tutto il percorso dietro. Chi dice il contrario non conosce le dinamiche del lavoro nello spettacolo e non conosce me: l’ho sempre fatto quando sentivo certe cause. Però quel tipo di esposizione spesso significa combattere i sintomi.
È come prendere la Tachipirina per la febbre: la febbre è una difesa. Io cerco la radice del problema, non il sintomo. E avendolo sempre fatto, forse le persone si aspettano la posizione netta. Che tu hai la tua bandiera e dici “io sono da questa parte o da questa”.
