Negli ultimi anni ti sarà sicuramente capitato di leggere elogi all’impegno ed alla cura nei minimi dettagli dei live da parte di Marracash e del suo team. Ed avrai ben presente anche il mastodontico concerto di Geolier all’Ippodromo di Agnano, con l’ormai virale volo del rapper sopra i suoi fan ed i giochi di luci in pieno stile Capodanno.

Studio di concept, giochi di luci, macchine e moto sui palchi: dietro la costruzione dei migliori show d’Italia, abbiamo un unico comune denominatore: Ombra Design Studio.
Abbiamo avuto la possibilità di scambiare quattro chiacchiere con Lorenzo De Pascalis, founder di Ombra.
Ciao Lorenzo! Innanzitutto, per rompere il ghiaccio, raccontaci come nasce Ombra, di cosa si occupa e come siete arrivati ad oggi.
Ciao! Ombra nasce dalla necessità di creare un collettivo di persone che amasse lavorare nel mondo dei live e delle grafiche, occupandosi inizialmente di soli contenuti video. Al tempo lavoravo in tournée con Martin Garrix ed altri dj internazionali nella creazione di contenuti video e non riuscivo più ad occuparmi da solo delle creatività.
Mano a mano che siamo andati avanti con la creazione di contenuti, lavorando con artisti del calibro di Janet Jackson fino ad arrivare in Italia a Fedez, ci siamo spostati verso il production design, occupandoci della scenografia di concerto e delle tecnologie che ne conseguono, imparando durante i tour tutto ciò che concerne il mondo di effettistica e luci.
Dalle due persone che eravamo inizialmente, io e Giulia, altro membro del management di Ombra, il nostro organico è cresciuto fino a 15 persone e ad oggi ci occupiamo di tutto ciò che riguarda la creazione di un live.
Un artista ci contatta per prenderci cura di tutto ciò che puoi vedere durante un concerto: dal design del palco, ai contenuti video, fino alle luci e alla programmazione degli effetti (non a farli funzionare ahahah).
Parliamo quindi di una vera e propria direzione artistica. Qual è il vostro ruolo all’interno della creazione di un live?
Noi ci occupiamo di direzione artistica e design del live e abbiamo operativamente dei ragazzi che si occupano di media server e luci. Di audio, effetti e laser si occupano altre società che se ne occupano. Tolti gli effetti speciali, per cui sono necessarie delle licenze specifiche per poter lavorare, facciamo funzionare tutto: io faccio il matto e poi lascio fare gli altri.
Immagino che una delle attività più belle del vostro lavoro, ma anche più difficoltose, sia interfacciarsi con gli artisti. Come vi approcciate? Avete un vostro workflow standard?
Generalmente parliamo sia con artisti che manager e c’è sempre molta fiducia nei nostri confronti, ma è capitato, alle volte, anche di non parlare con alcuni artisti addirittura. Alcuni vogliono che sia tu a proporre idee, altri hanno già un filo conduttore e idee da seguire, come per esempio Marracash con la sua trilogia.
Per noi però è fondamentale creare un rapporto creativo per scambiare idee, anche molto alte a livello concettuale, per poi arrivare con un concept che rispetti in linea abbastanza generale ciò che li rispecchia. Questa cosa viene più facile quando i brani sono collegati tra di loro: con Fabio (Marracash), appunto, viene facile.
Per riassumere: parliamo tanto con i manager e con gli artisti, per proporre qualcosa fatto su misura per loro e nel mezzo del processo proponiamo dei contenuti, con l’obiettivo di entrare dentro i concept e lo storytelling dell’artista.
La scaletta non è un punto di partenza?
Dipende dall’approccio che decidi di avere e dal tipo di live. Generalmente il processo nasce visualizzando il palco, poi passiamo alle luci, poi a tutti i contenuti ed agli spostamenti sul palco ed agli effetti.
Con il tour di Marracash negli stadi, siamo partiti da un’idea embrionale per poi arrivare ad una scaletta completa dopo aver definito tutta l’idea del concept. Lo storytelling è venuto mano mano che definivamo la scaletta. Rimanendo sempre su Marracash, però, per il Marrageddon avevamo un concept meno psicologico e tanto muscolare. Pertanto, abbiamo lavorato con una visione più di ampio respiro, ragionando in maniera più semplice per sezioni.
Non partiamo sempre e solo dalla scaletta, cerchiamo di partire da un concept generale per avere dei paletti. I paletti servono per tenere tutto coeso, sennò si rischia di fare casino e di creare qualcosa di incoerente.
Partite da un concept più grafico e adattate lo storytelling alla parte grafica?
Vanno di pari passo, uno guida l’altro. Lo storytelling di Marrageddon, come detto prima, era più semplice, un riassunto della carriera di Marracash. Questo concept ha creato qualcosa di immenso e di impatto. Nella sua semplicità, il concetto ci crea dei paletti graficamente.
Per farti un altro esempio, quest’anno abbiamo lavorato con Elisa, e gran parte del concetto era relativo alla natura e al fatto che come umani andiamo a perdere delle particolarità della natura. Un argomento che preso in maniera abbastanza soft, ci ha guidato nel creare il tutto.

Tutti questi ragionamenti quindi avvengono tra voi, artista e management. Un’interazione a tre in pratica?
Dipende. Se è la prima volta che lavoriamo insieme o se il manager è importante nel guidare l’artista nel tragitto. Altri artisti, invece, lavorano più tranquilli da soli. Tendenzialmente lavoriamo a tre, o comunque, parallelamente sentiamo il manager.
Ormai l’immaginario di un live è tanto importante quanto la cover di un disco e si collega direttamente all’immaginario dell’artista, pertanto è importante che il manager sia coinvolto in questo processo.
Passiamo a parlare dei due grandi lavori di quest’anno. Partendo da Marra: lo show è stato molto concettuale e volevo andare a fondo dei 6 atti. Qual è stato il vostro apporto? Dove volete arrivare e come avete lavorato? Come si andavano a collocare le varie figure (AI Mati, gli scienziati, ecc.)?
Di base la nostra necessità con Fabio era di fare qualcosa di diverso rispetto a quanto già fatto. Persone è stato un tour molto bello ma anche semplice, il Marrageddon è stato molto muscolare con il riassunto della sua carriera. Questo tour, invece, doveva rappresentare la trilogia in un’ottica un po’ diversa.
Fare uno stadio con un giga schermo è per tutti. Fare uno show più elaborato, al contrario, era un azzardo: proporre un’esperienza da tutti i punti di vista ed andare a vivere questo concerto con il plus di vivere uno spettacolo più “teatrale”.
In generale il concetto nasceva dalla voglia di creare contrasto tra Fabio e Marracash e su due piedi abbiamo pensato al dualismo giardino e robot. Ci siamo visti a casa sua e al tempo non aveva scritto il suo ultimo disco, ma ci aveva detto che il titolo sarebbe stato È Finita La Pace ed allora ho confermato l’idea dei robot.
Con l’aiuto di Fabio e del suo team abbiamo creato un processo che alla fine si conclude così: Marracash non esiste senza Fabio e viceversa. La persona e l’artista sono la stessa cosa, l’insieme di ego, sentimenti, dubbi.
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Tutto in pieno stile Marra! Da quel momento come vi siete mossi?
Questo processo porta con sé un’esplorazione ancora più nel dettaglio: non solo un giardino di robot, ma capire come creare un luogo per analizzare le due figure, che devono essere contemporaneamente sul palco e farlo capire al pubblico presente.
Da lì è nata l’idea della capsula, per avere Fabio e Marracash entrambi presenti e cambiare i vestiti al Fabio o Marracash di turno dentro la capsula (cosa che vediamo solo noi ahahah). L’altra idea era di rappresentare attraverso una specie essere o di cielo una guida spirituale che lo guidasse in questo processo.

Non parliamo di uno psicologo ma la rappresentazione personale di che tipo di processo può fare la tua mente per collegare queste cose. Per questo abbiamo posizionato in cima l’occhio, che osserva e giudica: tanto di quello che succede è un autogiudizio.
Se tu sei Marracash, quello forte e famoso, Fabio è il mollaccione buono a nulla.
Questa guida diventa poi una serie di connessioni neurali e successivamente si trasforma in uno specchio. Vedi te stesso frantumato all’inizio e diverse facce di te, trasformandosi poi in una bolla, che descrive perfettamente il periodo storico. In seguito si trasforma nell’AI Mati, che lo guida verso l’amore ed infine chiude il suo processo divenendo cielo, uscendo dal laboratorio.
Il termine che racchiude tutto è contrasto, sia dal punto di vista grafico che concettuale: ego e passato, dubbi e qualcosa per cui combattere.
È venuto naturale il collegamento e la costruzione degli atti sulla base della discografia di Marracash?
Questo è Marra! È lui che fa tutto, vedendo la scaletta che ci ha proposto, ho trovato connessioni che inizialmente non avevo visto, collocando tutto nel suo mondo. È facile unire i tasselli quando c’è un concept preciso nella tua discografia.
Immagino che all’interno di questo faticoso processo creativo abbia partecipato anche Paola Zukar, leggendaria manager di Marracash, nonché di Fabri Fibra. Com’è stata l’interazione con una figura così rilevante della discografia italiana?
Paola è sempre in primo piano, lei ci ha trovato al tempo perché suo nipote, essendo fan di Martin Garrix e notando il nostro lavoro, le suggerì di contattarci.
Lavorare con lei è veramente piacevole, crede un sacco nelle idee che proponiamo, quello che facciamo rappresenta l’artista ed il suo immaginario e tutto quello che si fa conta anche rispetto alla sua discografia, come ti dicevo prima. Inoltre, i live sono la fonte principale di guadagno per gli artisti ed è quindi fondamentale curarli sotto ogni aspetto, a meno che tu faccia una hit di Natale che streamma miliardi ciclicamente ogni anno.
Paola ascolta tantissimo Fabio in generale su quello che vuole fare, per cui è assolutamente di supporto e sin dal tour di Persone ha partecipato a tutti i meeting. È un punto di riferimento per la musica rap in italia per tutto ciò che ha portato e gli artisti che rappresenta. È molto piacevole lavorare con persone così, sanno dare sempre degli spunti interessanti.
All’interno dello show c’è una figura ricorrente: Madame. Come nasce il suo inserimento?
Quando abbiamo parlato di ospiti, tolto Guè a Milano, era difficile tecnicamente inserire nel concept altri artisti.
Abbiamo pensato ad altre comparse all’interno dello show, ma c’erano anche difficoltà dovute per via del calendario e questo show era troppo impostato per poter variare così tanto, solo a Milano abbiamo avuto Guè sul finale, ma non era presenti negli altri brani in collaborazione che sono stati portati, perchè sarebbe diventato troppo complicato inserirsi coerentemente.

Questo show raccontava di Marracash e l’unica artista che aveva un senso nel racconto era Madame, perché lei è in Persona e rappresenta l’Anima.
Madame poi ha fatto un cambio d’abito, cantando un suo brano, che serviva per coprire un momento in generale come tempo tecnico, ed è stata veramente brava.
In generale, comunque, chi dovesse suonare o meno non era una nostra decisione, noi dovevamo solo cercare di darne un contesto all’interno della storia.
Piccola curiosità: Mati e Madame sono la stessa cosa?
No, l’unico collegamento potrebbe essere che Mati mostra una proiezione dell’anima di Marracash. Madame è la rappresentazione della sua anima, che serve ad aiutarlo a capire se stesso.
Direi di passare all’altro pezzo da novanta: Geolier. Lo show tenutosi all’Ippodromo di Agnano è la massima potenza di spettacolarizzazione in italia. Com’è stato lavorare con lui?
Emanuele (Geolier) era un bambino nel parco giochi, tra fiamme, luci e macchine. Lui mi chiama Lorenzo Pazzo, devo fiammeggiare e fare casino.
Inoltre, viene da una città in cui è un personaggio centrale: lui per Napoli è un idolo, la sua fanbase ha un attaccamento diverso rispetto agli altri artisti in italia, è potenzialmente più vicino ad una band k-pop che ad un artista rap. C’è un legame veramente forte tra Napoli e Geolier.

Qual è stato il vostro modus operandi nello spettacolarizzare lo show?
Innanzitutto dobbiamo specificare che non eravamo ad uno stadio, bensì ad un ippodromo, in cui non vi era un palco già predisposto, come succede negli stadi, in cui esistono strutture con antenne e space roof. All’Ippodromo di Milano, per il Marrageddon, per esempio, c’era già una struttura usata per gli I-Days. Ha delle limitazioni, perché ha una forma fissa centrale a frigorifero (4:5), un rettangolo molto alto con due laterali.
La struttura ti permette di fare grandi cose, ma ti pone dei limiti, che ad Agnano, non abbiamo avuto, non avendo alcuna struttura di partenza. Ad Agnano abbiamo fatto qualcosa che non potevi fare altrove, a meno che facessi un altro evento singolo gigantesco, come hanno fatto Vasco e Ligabue.
Siamo partiti quindi da un terreno libero e la cosa bella è che tutti ci hanno creduto sin da subito, in primis Puccio, il direttore di produzione. Sono state fatte scelte interessanti: abbiamo inserito torri per tutto l’ippodromo, più di 1300 metri quadri di led. Inoltre, non c’era un tetto, dove vengono messe le luci di solito, e quindi abbiamo dovuto trovare un modo per inserire le luci, posizionare le casse audio per coprire più spazio possibile.
Emanuele ha idee esagerate ed è super attivo nel processo creativo.
Il volo sopra il pubblico nasce dalla sua volontà di trovare un modo di farsi vedere da tutti i suoi fan, anche quelli relegati nei settori più lontani e con poca visibilità, a dimostrazione della sua grande sensibilità. Questa sua volontà si è trasformata in un sistema complicato di leve e torri per farlo volare, ideato e costruito dagli amici di IK PROJECT e si basa fondamentalmente sul principio di movimento di una spidercam.
È stato uno show diverso da altri che facciamo, ma ci ha dato una super energia e funziona perfettamente perchè lui è lui ed il suo pubblico vuole vedere lui.
Questa spettacolarizzazione, vedendo artisti internazionali con stage particolari – lo stage penzolante di Kanye West durante il tour di The Life Of Pablo, le molle appese sopra il pubblico durante il Purpose Tour di Justin Bieber – può essere replicata in italia? Il pubblico italiano è pronto per uno show e non solo un concerto?
La base di partenza è che i tempi sono cambiati, la soglia dell’attenzione è diventata bassissima e stai pagando un biglietto che non costa più 20 o 30 euro ma 70 euro e ti aspetti di andare a vedere uno show completo. E se non te lo aspetti vedi anche un concerto, che non è così male.
Certe volte si potrebbe fare un po’ meno, vedendo un concerto semplice, e andrebbe anche bene così, ma quando si partecipa ad un grande show, vivi un’esperienza.
La verità è che se fai uno show di qualità, hai investito in lungimiranza in quello che puoi dare alla gente e se fai un grande show, il pubblico torna. Non solo perché spacchi, ma proprio perché fai un grande show.
Secondo te c’è un gap tra Italia ed estero? E perché c’è? All’artista non interessa?
Di artisti che se ne sbattono secondo me non ce ne sono più, è evidente che se non porti niente di livello, puoi magari funzionare a livello basso, ma ora chiunque fa show giganti, e che richiedono un grande impegno.
Dal punto di vista dei budget il ragionamento che devi fare è che se fai un tour negli Stati Uniti, probabilmente farai un tour in Sud America e in Europa, quindi il budget copre creatività, costruzione oggetti e trasporto, che viene redistribuito in un periodo molto più lungo.
In Italia ultimamente si sta investendo e ci stiamo avvicinando alla grandiosità degli show internazionali.
Sicuramente l’approccio che vedi è diverso anche per come sono strutturati i mangement ed i team di lavoro in Italia. Se all’estero sono il manager e la compagnia di produzione che ci contattano, in Italia non sempre è così. C’è sempre un’agenzia come interlocutore, il che non è per forza un male, ma fa parte di un’educazione diversa a questo lavoro. Certe volte il manager vuole fare un investimento più ampio per gli show e lasciare piena libertà all’artista liberi, mentre alle volte devono stare a regole legate a budget ridotti in quanto vengono programmate poche date.
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Quest’anno ci sono stati tanti stadi, tanti palazzetti. Credi sia una bolla o una tendenza che andrà a consolidarsi? Che fruibilità di grandi eventi ci sarà nei prossimi anni?
Le regole di questo mercato non le capisco neanche io. Sicuramente, per quanto mi riguarda, vedo degli investimenti che non capisco subito, ma che fruttano successivamente. Potresti fare uno stadio solo, che costa tanto e che sul momento non comprendo, in quanto dal punto di vista creativo che faccia 1 o 30 show, io devo creare sempre lo stesso show, quindi il costo non lo ammortizzi. Però, se va bene lo show allo stadio, magari ricevi una spinta quando annunci un tour nei palazzetti.
A me piace la dimensione dei palazzetti, è tutto più controllabile e tutto più vicino. Faremo il tour dei palazzetti Mind Industries con Marra, magari ci avvicineremo di più alle persone. Personalmente preferisco fare sei palazzetti belli pieni che un San Siro.
La vera differenza che vedo tra Italia e Inghilterra è nelle infrastrutture, che ci portiamo dagli scarsi investimenti nella pallavolo e nel basket. Ci manca un livello medio tra club e palazzetto, che aiuta a fare gavetta e a formare un team di fiducia intorno all’artista, un ambiente di persone che conosci e di cui ti puoi fidare in tour. Marra in tour dice di essere felice, conosce il suo ambiente ed è con le sue persone.
Saltare degli step ti può bruciare. Purtroppo, non è una colpa degli artisti, ma degli anni ‘80 e ‘90, in cui ci sono stati investimenti diversi tra Italia e Inghilterra. In Inghilterra ci sono delle venue, le O2 Academy, che sono delle venue da 1500-2000 persone e poi le O2 Arena.
Un altro problema che vedo in Italia è questo rincorrere in maniera esasperata i sold out. Non è un problema se non vendi tutti i biglietti. Va bene ugualmente, torni a casa comunque con del budget, se sei bravo a gestirlo e non sprecarlo, e se hai fatto un bello show la gente è contenta e tornerà a vederti.
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In Italia c’è meno focus sullo stage design: Travis Scott all’ippodromo La Maura aveva una struttura custom mastodontica, stessa cosa The Weekend. Voi con Elisa avete portato uno skate park, Lazza un palco custom a forma di J. L’Italia si sta allineando ai livelli dei big esteri?
Ci si sta muovendo in quella direzione, come hai detto, Lazza aveva il palco J, Marra aveva robot, giardino, scienziati e ballerini. È questione di idee, tempi di realizzazione, di budget e di trovare connubio delle cose.
Ricordiamo, comunque, che agli show di The Weeknd lavora una delle set designer migliori del mondo, Es Devlin, e, chiaramente, te lo puoi permettere perché sei The Weeknd.
Ci stiamo arrivando comunque. In Italia abbiamo le competenze per farlo, i nostri show teatrali e l’Opera hanno figure bravissime a fare questo. Ci sono set designer italiani che fanno show incredibili.
Serve tempo e serve la lungimiranza per creare show elaborati, come per Marra. Siamo partiti da quattro americane e poi siamo arrivati alla struttura del Marrageddon. Ci arriveremo, piano piano, costruendo tutto. È anche questione di tempi di montaggio, ci sono tanti tour e se hai accesso alle arene poco prima, non riesci a costruire palchi e set complessi.
Ultima domanda. Fate anche lavori legati alla realtà aumentata, vfx, ecc. Piano piano, nei live show, può diventare una feature nei prossimi 10 anni?
Ho da sempre investito tempo per spingere questo tipo di tecnologie, ci permetterebbe di creare spettacoli sempre più immersivi, portandoti ancor più dentro un concept. Sembrerà che tu abbia delle visioni ed è molto intrigante. A prescindere dal territorio italiano, è complicato ad oggi poter portare queste tecnologie avanzate, per una questione di computing power. I pc non sono ancora pronti per renderizzare grafiche iper realistiche.
Piano piano si arriverà anche lì, potenza di calcolo permettendo.
Grazie mille Lorenzo. È stato un piacere poter parlare con te di Ombra Design!
Grazie a voi! Un saluto.
