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Interviste

Amor Proprio e l’arte di aggiustarsi: intervista a Frah Quintale

Con Amor Proprio, Frah Quintale apre un nuovo capitolo di maturità artistica e personale. Un viaggio nella solitudine, guidato dalla scrittura e dal bisogno di rimettere insieme i pezzi, riscoprendo l’arte di aggiustarsi.

Amor Proprio e l’arte di aggiustarsi: intervista a Frah Quintale

Frah Quintale torna con Amor Proprio, un disco che segna una nuova fase di consapevolezza artistica e personale. La copertina, dipinta da lui stesso, raffigura una cassetta degli attrezzi: una metafora perfetta di un lavoro interiore protratto nel tempo e fatto di disordine organizzato.

Con una scrittura più essenziale e un sound più suonato, Amor Proprio racconta la maturità di un artista che ha imparato a fermarsi e guardarsi dentro per compiere il passo successivo. Un disco simbolico che nel 2026 Frah porterà anche live nel suo primo tour nei palazzetti italiani.

Foto di Frah Quintale per l'inizio del suo tour nei palazzetti

Ne ho parlato con lui, tra arte, introspezione e collaborazioni per capire cosa significa davvero, oggi, avere Amor Proprio.

Prima di cominciare: Frah Quintale, biografia e discografia

Partiamo dai fondamentali: come stai e come stai vivendo l’uscita di questo album?

Sto bene, ho un po’ di ansietta, ma è normale. È un disco importante, quindi porta con sé un po’ di pressione, com’è giusto che sia. Però sono contento, non vedo l’ora che esca e di togliermi finalmente questo “sassolino dalla scarpa”.

Quando hai capito che Amor Proprio potesse essere il titolo giusto per questo disco?

Il titolo è arrivato prima del disco. Era un concetto che mi era uscito parlando con amici ed è stato come un flash. Mi è sembrato subito che fosse la chiave per il periodo che stavo vivendo, in cui sentivo il bisogno di lavorare su me stesso e di riaggiustare alcune cose.

Di solito il titolo è l’ultima delle cose che scelgo, invece questa volta è stata la prima cosa che ho avuto subito in mente. In generale, da lì in poi tutto l’album si è sviluppato in modo molto naturale: i brani si sono incastrati strada facendo, dal titolo, alla copertina, fino alle singole tracce.

Già nei tuoi lavori precedenti emergevano due anime: da una parte un amore burrascoso, dall’altra la ricerca di accettazione. In questo disco ho percepito una maggiore maturità. Come è cambiato il tuo rapporto con l’amore e con le persone da quando hai iniziato a lavorare su Amor Proprio?

Devo dire che per molto tempo sono sempre un po’ scappato. In questi anni, invece, ho lavorato su me stesso e mi sono sentito pronto ad aprirmi e ad accogliere ciò che arriva. Credo che ci sia un momento nella vita in cui, se sei davvero disposto ad aprirti, le cose succedono praticamente da sole. Questo disco ne è un esempio.

La cover di Amor Proprio, album di Frah Quintale
La cover di Amor Proprio, scatto di Sha Ribeiro

Anche la copertina, ad esempio, è un quadro che stavo già dipingendo in parallelo: più andavo avanti col disco, più trovavo collegamenti tra le due cose. Ecco, il mio rapporto con l’amore è cambiato in questo senso: ho imparato a dare la precedenza ad ascoltarmi, a capire cosa mi serve davvero e questo ha fatto sì che le cose succedessero quando dovevano succedere. 

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La cover del disco, con la cassetta degli attrezzi, è una metafora centrale. Nei tuoi lavori hai sempre avuto un rapporto diretto con l’arte visiva, penso alle cover o al testone gigante di Banzai ispirato al film Frank. Come è cambiato questo tuo rapporto con l’arte e quali “strumenti” hai usato per aggiustarti o per capirti meglio in questo periodo?

Sì, ho sempre avuto bisogno di mettere mano anche a tutta la parte estetica, mi piace dipingere, creare immagini e usarle come messaggio per veicolare meglio la musica.

La testa realizzata da Frah Quintale nel video di Cratere, ispirata al film Frank

Riprendendo la metafora della cassetta degli attrezzi, direi la solitudine.
Stare da solo, viaggiare da solo: sono esperienze che mi hanno fatto bene. Ho fatto diversi viaggi in solitaria, e mi hanno aiutato a prendermi tempo e spazio per pensare, per riflettere su me stesso.

Poi, lo dico senza troppi giri di parole: anche la psilocibina, cioè i funghi allucinogeni, è stata un’esperienza che ho fatto più volte e che mi ha aperto percezioni nuove, aiutandomi a riappacificarmi con alcune cose. Non ne faccio un segreto, anche perché oggi si stanno studiando molto i loro effetti terapeutici.

Ovviamente tutto senza sfondarsi. Ma anche in quel campo lì mi si sono sbloccate molte cose. È un po’ come un viaggio, no? Prendere un aereo, partire da solo, o anche solo farsi una camminata in montagna possono essere cose curative, volendo.
E poi, ovviamente, la scrittura. Quella è sempre stata una forma di autoanalisi, una sorta di terapia.

Sei una persona che scrive per mettere in ordine o per accettare il disordine?

Secondo me metto tutto un po’ in disordine, però è un disordine organizzato.

Mi serve per far emergere idee o pensieri che magari, semplicemente parlando, non riuscirei a realizzare. Invece a volte scrivo anche senza musica, solo per buttare giù pensieri sparsi, è un modo che mi aiuta molto ad analizzarmi.

Ora vorrei concentrarmi sul viaggio sonoro del disco. Nella tua discografia ci sono sempre stati brani con influenze elettroniche o che sperimentano sulla voce, penso a Storia breve EP, a Due ali in Banzai, o ancora a Monnalisa, ormai dieci anni fa. In Amor Proprio, invece, sembra esserci un approccio più suonato, più da live band. Che percorso ti ha portato fin qui, dal punto di vista delle sonorità?

Certo, sicuramente in questo disco c’è più organicità. L’elettronica c’è, ma convivono molti più strumenti reali. Forse è anche per il modo in cui abbiamo lavorato, più come una band che come una semplice produzione in studio. Anche le sessioni in studio sono cambiate, se prima erano più impostate sul lavoro col produttore, per il disco erano anche session di scrittura chitarra e voce o piano e voce.
Penso a Chiodi, ad esempio, è nato solo chitarra e voce. L’idea iniziale era di svilupparla con una strumentale più ricca, cucendole attorno un suono, ma alla fine mi sono accorto che non serviva aggiungere quasi nulla.

Ho cercato un modo nuovo di lavorare, più concentrato sulla canzone che sulla produzione. Volevo che i brani stessero in piedi da soli, anche con quattro accordi, quello che succede a livello di produzione è solo un aggiungere.

Spesso nella musica di oggi si tende a costruire pezzi pieni di elementi sonori, ma che magari non hanno una base solida. Io invece ho cercato di lavorare più sull’essenza del brano, quindi testi, melodie, struttura, e di far stare in piedi la colonna portante del brano.

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Nel disco c’è anche una nuova collaborazione con Joan Thiele. Siete tornati a lavorare insieme con Occhi diamanti, che richiama un po’ Occhi da gangster, la vostra collaborazione precedente. Inoltre lei, nel suo ultimo disco, ha intrapreso un percorso molto legato alla ricerca sonora e alle colonne sonore italiane di Umiliani. Com’è stato ritrovarvi su questo pezzo?

In realtà il brano è nato proprio così: avevo trovato questo campione e ho iniziato subito a scriverci sopra. Nel ritornello mi è uscita questa espressione, Occhi diamanti, e sia per il suono che per il titolo, ho pensato subito che potesse essere il seguito perfetto di Occhi da gangster.

Il brano ha un tema e ha vibe molto ispirata alle colonne sonore, con una forte componente cinematografica, quindi chiamare Joan Thiele è stato ovviamente naturale.

Sono contento di aver dato vita a una sorta di “secondo episodio” di questa saga, che poi dopo Sanremo, dove avevamo collaborato insieme, mi sembrava anche un modo naturale per completare questo cerchio di collaborazioni del 2025.

Sei anche tornato a collaborare con Tony Boy…

Ci tenevo molto ad avere Tony Boy nel disco. Quella traccia, paradossalmente, è la più vecchia del progetto: l’ho scritta nel 2021, prima ancora di Correre.

È rimasta ferma per anni, nel cassetto, poi alla fine è passato il tempo giusto per farla riemergere.

Quando abbiamo fatto il pezzo con Capo Plaza da lui e gli ho fatto sentire un po’ di brani del disco e gli ho fatto sentire alcune cose nuove, e tra quelle ho tirato fuori quella traccia lì. L’ho riascoltata e mi sono detto che la sua strofa ci sarebbe stata perfettamente e così l’ho tirato dentro di nuovo.

Per chiudere il discorso dei feat, c’è Colapesce

Anche lì è un po’ lo stesso discorso, nel senso che inizialmente quel brano l’avevo aperto con Golden Yearss per lavorare sul suo progetto. All’inizio c’era un papabile ritornello di un tipo inglese, che poi non è entrato nella versione finale.

Io però ho sempre creduto tanto in quella canzone e ho avuto questo ritornello libero per mesi. A una certa ho pensato a Lorenzo e mi sembrava che calzasse a pennello. Lui ha collaborato anche per Lunedì blu, quindi a livello, appunto, organico del disco è stato bello averlo.

Ultima domanda per chiudere l’intervista in leggerezza, visto che all’interno del disco hai fatto diversi riferimenti. Qual è il tuo cattivo preferito di Dragon Ball?

Il mio cattivo preferito di Dragon Ball? Piccolo, Junior, che poi tra l’altro diventa buono. È anche tra i miei personaggi preferiti in generale proprio della serie.

Foto di Jacopo Pasqui per Boh Magazine

Medico, founder e direttore di Boh Magazine

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