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Interviste

Franco126: cambiare per essere sempre se stessi

Franco126: cambiare per essere sempre se stessi

L’8 agosto Franco126 è passato da Diamante (CS) in occasione del suo Mare Malinconia tour, portando live il nuovo singolo con Loredana Bertè, Multisala e Uscire di scena EP e brani meno recenti della sua discografia.

Sul palco viene accompagnato dalla band composta da Pietro Di Dionisio, chitarrista e founder della band culto romana I Mostri, Danilo De Candia al basso, Gabriele Terlizzi alle chitarre elettriche, il batterista Davide Pasculli e Francesco Bellani ai synth e al piano. Tra siparietti, battute e shottini, il rapporto con i componenti della band diventa parte integrante dello show e contribuisce a creare un’atmosfera di familiarità, trasformando il concerto in un’occasione di festa.

Il pomeriggio prima del concerto ho avuto modo di intervistarlo e la chiacchierata che ne è nata ha ripercorso diversi momenti della sua carriera, approfondendo l’evoluzione di questi anni e le motivazioni dietro ad essa, chiudendo con uno sguardo al futuro.

Prendi i popcorn e accomodati, buona lettura.

Ripassa prima di iniziare: Franco126, biografia e discografia

Come sta andando il tour estivo?

Sta andando bene, sono contento. Siamo più o meno a metà del tour e chiuderemo con i palazzetti a Milano e Roma che è sold out. Sul palco siamo in 6 e portiamo Multisala con Uscire di Scena EP e ripercorriamo i brani più di successo della mia carriera.

E fino a quando sarai in tournèe?

L’ultima data è quella di Roma, il 24 settembre. Pensa che dovevamo iniziare con Roma, a novembre, poi è stato spostato un paio di volte e alla fine chiudiamo lì.

Che tipo di spettacolo porti?

Siamo con la band, è tutto suonato. Il live è diviso in due tempi: seguendo il concetto del Multisala c’è un intervallo tra le due parti e suoniamo una ventina di canzoni. Non mi piacciono i concerti esageratamente lunghi ad essere sincero, già due ore inizia a essere un po’ pesante. Secondo me è meglio che la gente abbia ancora voglia di sentire un pezzo invece di essersi già rotta le scatole.
Per me un’ora e mezza massima.

Come la durata perfetta di un film…

Sì ma ci sono anche film per cui ci vogliono più di due ore, tipo Il Signore degli Anelli o i kolossal.

Ed è la prima volta che passi in Calabria?

No macchè, ci abbiamo suonato mille volte. Dal tour con Carl Brave, a Stanza singola, ci siamo passati spesso. Quando uno fa un tour cerca di suonare un po’ dappertutto, almeno una volta per regione, tranne in Sardegna dove non abbiamo suonato mai. Da recuperare prima o poi.

Quotidianità e la vita vissuta sono due cardini della tua musica, da Stanza singola anche raccontati staccati da Roma. Ma quando viaggi come ti approcci alla scrittura?
Vivere un altro posto ti ispira in modo diverso o trovi continuità in tutto?

Non scrivo mentre viaggio, scrivo in casa o in studio. Prima quando ho iniziato, penso ad esempio a Polaroid, scrivevo dovunque perché era proprio sbloccato un modo di scrivere che per me era nuovo e quindi ogni cosa mi ispirava in quella direzione.
Adesso magari mi sono anche un po’ spostato dalla scrittura del quotidiano: sono più concettuali le cose che faccio ora, meno immagini. Diventa più un discorso che mi ci devo mettere e rimanere concentrato, può capitare che mi segni delle cose. Scrivo in studio o a casa quando sono particolarmente ispirato.

Qui sono a fare dei concerti, poi ovvio che se stai in un posto differente con vibes diverse e persone differenti è chiaro che ti esce qualcosa di diverso come è ovvio che sia. In queste situazioni però è tutto molto rapido quindi per forza di cose non hai tempo per fermarti e scrivere.

Cosa intendi quando parli di un passaggio della scrittura a cose più astratte?

Prima era un flash continuo di immagini, poi con Stanza singola magari era più centrato in modo più lineare e meno caotico, mentre in Multisala ci sono anche dei pezzi di concetto con ragionamenti miei.
Questo secondo me è la cosa che è cambiata rispetto ai dischi prima, poi la scrittura è sempre in cambiamento. A fare la stessa cose mille volte ti stufi, hai bisogno di trovare nuovi stimoli.

Per questo faccio anche il rap con i miei amici, i featuring con altre persone perché è stimolante. Credo che la cosa più difficile di questo mestiere sia mantenere la curiosità, la voglia di scrivere e l’entusiasmo.
Anche scrivere con altre persone, lavorare con altri musicisti è una ricerca di nuovi stimoli ed è sicuramente la cosa che ti dà di più di questo mestiere.

Parlando di collab, tu hai la fama dell’ammazzafeat, ossia un artista che compare come featuring ma va a prendersi la traccia. Come approcci la scrittura quando lavori con un altro artista? Ci sono stati brani più facili o difficili da scrivere?

Beh sì, alcuni difficilissimi. Penso ad esempio a Senza di me che aveva un beat complicatissimo, volevo andare anche con delle metriche strane e ci ho messo un botto a farlo. Anche Cos’è l’amore aveva un beat difficilissimo. Comunque sì, ci sono delle cose che mi riescono più facili e altre meno, chiaramente. Cerco sempre di dare il massimo.

Quando scrivo un featuring è abbastanza semplice per me perché l’impostazione del pezzo già c’è quindi puoi andare a prendere dagli spunti che ti danno le altre persone e ti aprono delle porte.

Fai spesso collaborazioni con altri artisti nei loro progetti, ma nei tuoi album ci sono pochi feat e ben dosati. Come mai?

Questi due progetti ci tenevo a portarli live, quando hai un disco pieno di featuring portarlo live è complicato e devi fare solo medley a quel punto. Con Stanza singola volevo fare un disco compatto e mettermi al centro e con Multisala ho proseguito la linea. Cerco di fare una cosa abbastanza personale e per questo cerco di mettere più pezzi miei possibili.

Raccontando la quotidianità, è naturale che ci possano essere riferimenti a fatti o persone reali. Questo ti ha mai creato problemi nei rapporti con altre persone?

Sì, però quando fai la musica ti metti a nudo. C’è sempre una percentuale di verità e una di finzione, ma se fai questo mestiere ci sta che i fatti tuoi vengano messi in piazza.

Com’è cambiata la tua scrittura nel tempo?

Multisala è un disco abbastanza citazionistico, tutto il periodo da Stanza singola a Multisala è stato un ulteriore approfondimento del cantautorato italiano e la scrittura è stata molto fedele a quello stile lì. Una cosa tipica dei brani del passato è il pezzo intitolato col nome proprio, come Simone, ma ce ne stanno duecento. Ci sta Lilly di Venditti che è il primo che mi viene in mente, Daisy di Daniele Groff, è pieno di pezzi.

Poi c’è Maledetto tempo che vuole essere un po’ Minuetto o se pensi ai pezzi di Baglioni lui parte molto basso e poi sale, anche perché ha un’estensione gigante. Lì ho fatto una cosa di quel tipo, sono molto verboso ma Maledetto tempo ha poche parole rispetto alle altre mie e c’è stato proprio uno studio per fare qualcosa di quel tipo.

Come si è costruita l’idea del disco? Avevi l’idea già prima o hai raccolto dei brani dopo?

No, va sempre in modo naturale, dove ti portano le cose. Sicuramente puoi avere un’idea già prima, in questo disco sicuramente non volevo rappare le strofe. Il concept è uscito in modo casuale: il cinema tornava sempre e Multisala è una parola che mi piaceva, suona molto bene. Poi visto che mi piace il cinema mi sembrava coerente.

In Multisala, brano per brano non ho trovato un riferimento diretto al cinema. In che rapporto è col cinema? E più prendere in prestito mood e atmosfere?

Riferimenti diretti non ce ne sono. Sì, è più quella cosa là anche perché alla fine quello il film ti lascia, il mood e l’atmosfera. Poi è come se fossero tutte delle sceneggiature, dei film nella mia testa.

Oggi spesso nei brani vengono fatti riferimenti limitati a singoli fenomeni pop, cercando un po’ di tirare in mezzo cose che il pubblico già conosce e in cui può rispecchiarsi…

Questa è la cosa dei riferimenti che è stata anche un po’ la fortuna di Polaroid, del tipo citi l’Enjoy e tu ti ci rivedi. Una mossa che funziona, anche estremamente paracula perché stai giocando a un gioco diverso ed è chiaro che con una parola rievochi la nostalgia e non devi nemmeno costruire l’immagine.
Oggi la musica è piena di questa roba, funziona e l’ho fatta anche io. Semplicemente in Multisala non la volevo fare perché volevo seguire musica di anni ’70 e ’80 dove non c’erano queste cose. Per quanto anche in De Gregori ci siano alcuni riferimenti in questo tipo.

Secondo me è giusto capire il contesto in cui la fai, può anche essere figa se non è fatta in modo sputtanato. Nel rap si è sempre fatto, la citazione è la base ed è proprio quello che ti gasava. Mi citi il regista, mi citi il film e allora te lo vai a ricercare, a me da pischello questa roba ha tanto dato anche in termini di cultura personale. C’è comunque una sottile differenza tra farlo in un ambito estremamente pop e farlo in una musica più underground.

Questa mia visione sull’argomento è in continuo mutamento, quindi capace che tra due anni ti dico esattamente il contrario, anche perché due anni fa la pensavo diversamente. Tu che ne pensi?

Interviene Brizio di Bomba Dischi: “Polaroid è stato un disco secondo me importante, nel contesto suo quando è uscito era una roba nuova, come quando è arrivato Mainstream di Calcutta. Poi chiaramente come tutte le cose, come i dischi di featuring se tutti li iniziano a fare perdono valore perché diventano più operazioni discografiche che di incontro.
Io non l’ho mai sofferta, ma è un discorso poi di scrittura tua e del percorso che hai preso. Poi sempre nei feat puoi fare riferimenti, comunque c’era questa cosa nel rap con artisti come Colle der Fomento o Truce Boys che dicevano si spara a palla gli Shellac e gli Slint che poi magari anche un pischello su 100 si andava ad ascoltare gli Slint, aveva anche senso per la trasversalità del progetto che arrivava fino ai rave e i metallari.
Quando voi l’avete fatto non l’ho percepito come paraculo, era figo perché era una cosa che non avevo mai sentito e nella narrazione vostra aveva senso, poi se diventa un escamotage a tutti i costi per entrare nella testa delle persone diventa monnezza chiaramente”.

Cosa ha significato per te e nell’ottica della tua carriera artistica la collaborazione con Loredana Berté in Mare Malinconia?

Loredana è un simbolo, quando l’ho capita l’ho amata come pochi altri artisti. Secondo me è una leggenda sia per il suo percorso di vita sia per il suo repertorio e ovviamente con me è un onore condividere il pezzo con lei e il palco le volte che è successo. É un gigante della musica italiana e quando fa i live ancora non ce n’è per nessuno. Avendo fatto tutto questo percorso sul cantautorato, per me fare un brano con lei è tutto, da paura.

E come vi siete trovati?

Ho provato a mandarle dei brani, il primo non era nelle sue corde, poi le ho mandato questo e a lei è piaciuto e ha voluto cantarlo. É un pezzo dark, lei ha un’anima dark ed era giusto per lei, perché parla di una leggenda isolana e ha l’eco di tante cose passate, pur non essendo un brano con un tiro vecchio.

Con il brano Signor Prefetto abbiamo visto il ritorno di tutta la Lovegang dopo diversi anni, seguito poi da Mani Sporche. Come sono nati questi brani? Sono le prime pagine di un nuovo capitolo musicale targato Lovegang?

Sì, stiamo facendo un disco. Sono nati come tutti i brani, confrontandosi in studio. Mani Sporche avevo questo ritornello, ero in studio con Gianni, dopodiché abbiamo chiamato Pretty Solero che ha messo la strofa e poi Lil Kaneki. Non c’è nemmeno tanto ragionamento, sono cose più estemporanee e ci piace l’idea di fare un progetto hiphop con la Lovegang perché è la cosa da cui siamo partiti, lo spirito è quello. É una roba in cui tutti quanti abbiamo il nostro stile e che secondo me ci viene bene, su un beat old school alla fine andiamo tutti d’accordo.

Secondo me è importante ritornare a quelle sonorità perché sono fighe, la trap a me personalmente ha un po’ stuccato. Magari fare un disco così dal punto di vista discografico è meno vantaggioso, ma è sicuramente la cosa più interessante e vicina al nostro gusto. Tra l’altro Nino e Drone per me sono i più forti a fare questa roba old school insieme a Il Tre.

A livello di ascolti stai tornando ad ascoltare old school?

Sì, sto tornando a sentire i dischi che sentivo da ragazzino, quando avevo sedici anni, ed è figo perché ora li ascolto con una testa diversa. Mi piace molto la roba di New York degli anni ’90, diversa da quella di LA perché è molto sui campioni, mentre l’altra aveva già Dr. Dre che lavorava in modo fresco coi sintetizzatori.

Secondo me verrà una cosa figa, non abbiamo ancora fatto un disco. Abbiamo fatto Cuore, Sangue, Sentimento che è un disco di Drone da produttore che manco abbiamo portato live ed è importante che facciamo un disco tutti insieme. E quindi lo stiamo a fa’.

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Lovegang sta diventando una realtà sempre più grande, soprattutto a Roma. Cosa significa per te l’essere riuscito a creare una realtà così affiatata e lavorare insieme ai tuoi amici e colleghi? 

É figo, è una roba che ci sta a cuore e che secondo me dobbiamo fare, sento proprio l’esigenza di farla e penso pure tutti gli altri membri. Lovegang è un fenomeno che ha la sua importanza a Roma, sicuramente anche col brand Lovegang che gestisce Filippo Lancellotti abbiamo fatto girare il nome.

Credo abbia un aspetto simbolico anche per tutti i pischelli, ha vinto l’amicizia mentre tutto il mondo va verso l’individualismo. Nonostante i mille scazzi siamo rimasti sempre insieme e ora stiamo facendo il disco.

Stiamo in strada come ai tempi
E c’è caciara come al derby per le vie del centro
Dall’alto San Calisto veglia sopra ‘sti pischelli
1 2 6 è una promessa stretta tra fratelli

Franco126 in Lovegang126 – Signor Prefetto

Questa inversione di tendenza è interessante, magari oggi tanti ragazzini ascoltano rap e i suoi derivati senza necessariamente ripercorrere le radici del genere, penso ad esempio alla drill

La drill ritorna al rap, è figa anche se alcuni brani stuccano dopo due minuti. In Italia funziona quella cattiva, ma in UK c’è anche roba chill e ci sono altre sfumature.

Parlando di progetti old school, tu hai collaborato con Gionni Gioielli che sta portando avanti la realtà MRGA

É una realtà che spacca, mi piace molto. Gioielli secondo me è uno dei rapper più validi che abbiamo in Italia e mi piace tanto il suo approccio che è abbastanza randomico. Secondo me è esattamente quello che bisognerebbe fare, facendo le cose con grande relax sbattendosene e l’approccio è esemplare.

Mi piace anche in generale il movimento, è una cosa diversa dalla nostra che cerchiamo più un progetto di rappresentanza del nostro rione, della nostra famiglia. Il progetto di Gioielli è più ampio, con tante personalità e sfumature differenti ed è più un movimento.

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Finito il tour ti dedicherai al disco della Lovegang?

Sì, poi finito quello magari scriverò un altro disco. Comincio ad avere un’idea di come farlo, voglio lavorare tanto con altre persone, autori e produttori e uscire un po’ da questa roba del cantautorato perché l’ho già fatta.

E il lato autorale come lo vedi?

É l’aspetto più interessante del mio lavoro, io faccio sempre questo esempio: quando stai con gli amici tuoi a seconda dell’amico tiri fuori aspetti diversi della tua personalità, c’è quello che ti fa ridere e tira l’aspetto più ironico e della tua personalità, poi magari quello più riflessivo. Quando scrivi con altre persone è uguale, magari ci sono persone che in termini di scrittura e melodia ti portano da una parte e magari dall’altra.

Trovo interessante fare co-scritture, è una cosa che mi gasa tantissimo ed è una roba che in Italia non è ancora compresa. Nell’ambito rap viene vista come “ti fai scrivere i testi”, ma non funziona così. Si tratta di un altro tipo di approccio alla canzone, nel rap c’è questa cosa dell’ego che devi fare tutto da solo e secondo me è una visione approssimativa della musica. Vedo i grandi del passato, vedo Califano che comunque scriveva con altri autori.

Oltre a questo scrivo anche per altri grazie a Universal Music Publishing. É sempre divertente lì perché esci un po’ dalla tua persona, personaggio, dalle cose che puoi dire e non puoi dire e ti immedesimi in altre persone e poi magari alla fine dici “questa cosa che ho scritto sta bene pure anche su di me”. Oggi è vero che c’è più attenzione agli autori in Italia, penso a Tropico che ha scritto per chiunque e adesso sta avendo un successo meritato perché gli viene riconosciuta questa cosa.
Deve cambiare un po’ il pubblico e anche l’approccio di alcuni addetti ai lavori a questo.

Dopo Stanza singola avevi già le idee chiare su cosa portare col disco dopo. E adesso?

Adesso ho le idee molto chiare sul disco Lovegang, ho qualche idea sul disco dopo ma non sono ancora così chiare. Sicuramente so cosa non voglio fare, ossia non voglio fare il disco precedente.

Conclusioni

Pochi artisti in Italia hanno la penna di Franco126. Uno dei punti più interessanti emersi nella chiacchierata è stata proprio la cura e lo studio con cui approccia la scrittura, accompagnando l’evoluzione della stessa a una continua ricerca di soluzioni personali che possano raccontare tutte le sfumature.
Il rapporto tra coerenza ed evoluzione può risultare apparentemente contraddittorio, ma il giusto equilibrio è l’unico modo per rimanere autentici.

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