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Intervista a Caparezza: Exuvia disco di fuga

Intervista a Caparezza: Exuvia disco di fuga

Exuvia, il nuovo disco di Caparezza, racconta la fuga dalla prigione descritta nel precedente album Prisoner 709, attraverso la muta cioè l’abbandono della vecchia pelle per trasformarsi in un nuovo sé.

Da che esigenza personale o artistica nasce Exuvia?

In realtà le due cose si contaminano, ho un’esigenza personale perché tendo a riflettere forse anche troppo sulle cose. Poi siccome il mio modo di sfogarmi è trasportare queste riflessioni in un canzone, le butto giù e quando ho canzoni che possono farmi proseguire il mio cammino artistico butto fuori l’album. Però sono due cose indissolubili perché alla base di quello che creo c’è sempre un ragionamento e quindi un’esigenza.

Nella canzone “La scelta” fa riferimento al dualismo dicotomico tra vita da artista e vita personale espressi rispettivamente da Beethoven e da Mark Hollis. È un mero artificio artistico o è espressione di una situazione in particolare che hai vissuto?

Il conflitto personaggio – persona è un tema universale, chiunque abbia un personaggio a un certo punto questo diventa ingombrante. E ciò avviene quasi sempre quando il personaggio diventa conosciuto, quando si diventa popolari, si comincia a faticare a far respirare la persona. Anche nelle relazioni personali non si può più prescindere dal fatto che sei un personaggio e diventa difficile capire, quando ti relazioni con qualcuno, se questa persona è interessata a quello che fai o quello che sei.

Io me lo immagino come un cappotto che diventa sempre più pesante, è ovvio che è nato per scaldarti ma ad un certo punto non riesci più a muoverti. Arriva questo conflitto in cui generalmente la persona tenta di sbarazzarsi del personaggio. Nel mio caso non so se voglio sbarazzarmene definitivamente o se per necessità sto andando incontro ad un altro personaggio. Sono ancora in una fase di indecisione davanti al bivio, infatti la canzone non si conclude con una scelta, ma con un dubbio che dovrò risolvere.

Quello che scrivo è quello che penso e il bilanciamento tra personaggio – persona è estremamente conflittuale, io mi trovo esattamente in quel bivio e per raccontarlo mi sono avvalso di due personaggi che hanno fatto scelte differenti anziché esprimerlo in maniera esplicita.

C’è un contributo del concetto di maschera di Pirandello in questo processo?

Sì certamente, il teatro è presente nella mia vita sempre ma lo è nella vita di ognuno di noi.

Ognuno di noi fa i conti con la teatralità, ma chi fa arte non per forza deve indossare una maschera. Ci sono artisti che sono schiettamente sé stessi. Io mantengo ancora il beneficio della metafora e questa voglia di esprimermi in maniera diversa dal linguaggio più corrente. 

C’è sicuramente un elogio della maschera nella canzone Eyes Wide Shut e si conclude con una frase lapidaria che è “art is better than life”, dove l’arte è rappresentata ancora una volta dall’indossare una maschera e dall’andare in scena.

Dato che in questo album ci sono moltissimi riferimenti cinematografici, che cosa rappresenta per te il cinema?

Il cinema è una delle forme d’arte che io apprezzo di più, anche qui ho un approccio tutto mio nel senso che la storia è quasi relativa. Quando uscivo (speriamo ci si possa tornare presto) dal cinema mi divertivo a sentire il chiacchiericcio della gente che aveva visto con me il film e quasi sempre si risolveva con “ti è piaciuto? Ma questa storia..” trovando l’insoddisfazione nel finale, io invece ero disposto anche ad ingoiare il boccone amaro della storia se raccontata bene.

Mi piace anche soffermarmi sulla regia, sul montaggio, sulla colonna sonora. Vado oltre la storia forse perché ho una visione cinematografica di quello che faccio e musicale nel senso di costruzione di un brano basandomi ad esempio sul ritmo.

Dopo la musica, il cinema è l’arte che mi interessa di più, poi c’è la letteratura e la danza, ma con quest’ultima ancora fatico un po’.

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Foto di Caparezza: intervista per l’album Exuvia

Qual è il processo creativo dietro alla scrittura e produzione dei tuoi progetti?

Il mio processo creativo è quello di immaginare in maniera cinematografica. Mi immagino una situazione che mi aiuta a collocarmi nello spazio. Io non riesco a scrivere se ho assoluta libertà, quindi devo darmi dei paletti. Faccio fatica a parlare di libertà perché il massimo io riesco a darlo quando sono compresso.

Metto dei recinti intorno a quello che voglio esprimere e in questa area che creo cerco di dare il massimo e portare all’estremo quello che ho in testa. Quindi nel mio caso non funziona l’artificio sento una base-mi suscita qualcosa-scrivo. Solitamente accade il contrario: inizio a scrivere un testo, ci applico su una base e la modifico in base alle esigenze di testo. Il processo creativo è nell’immaginare tutto: base, testo e immaginario.

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A livello di libertà di espressione, ti senti totalmente libero o hai dei paletti che ti auto imponi o che senti imposti dalla società?

Ci sono dei paletti che mi auto impongo. Molte volte quando scrivo una frase la riascolto per tanto tempo cercando di capire quanto possa essere fraintendibile. Cerco di non essere né diretto, perché mi piace la metafora, e nemmeno fraintendibile. Quindi è un po’ un casino, ma è anche divertente: una specie di gioco da enigmista. Non sempre riesco a non essere fraintendible, però ci provo.

Ci sono dei rapper italiani che ti piacciono particolarmente?

Io ascolto tanto rap simile al mio “sentire la musica”, cioè quello cosiddetto da liricisti, quel rap che si basa meno sul flow ma più sul contenuto quindi Murubutu, Rancore, Willie Peyote e Mezzosangue mi piacciono moltissimo. 

Poi ci possiamo spostare in altri territori e ti dico che, ad esempio, a me piace tantissimo J Lord, un rapper che secondo me ha una narrativa di quello che vive pazzesca che mi arriva tantissimo, e tra l’altro ha dietro un produttore, Dat Boi Dee, che è tra i più bravi che ho sentito. Quando sento J Lord sento qualcosa di internazionale. Poi mi piacciono le voci, come quella di Dani Faiv che è pazzesca.

Mi piace anche Nerone e Nitro, mi piace Mattak che fa incastri pazzeschi come Ozymandias, un rapper di Roma molto giovane.

C’è stato un periodo durante la scrittura di 709 che ascoltavo un rapper, NoWordz che aveva scritto il pezzo “Sono un animale” e mi gasava tantissimo.  Poi ci sono cose che sai perché ti piacciono e altre che ti piacciono e basta.

Definiresti il tuo rap come conscious?

Non solo ma anche. Secondo me siamo arrivati ad un punto in cui è difficile definire il rap, da quanto è talmente slacciato. A me sembra di sentire rap quando sento Blanco che magari non fa rap, sento degli echi di qualcosa che ascoltavo e mi piace. Sono definizioni quelle di gangsta rap e conscious rap che molto spesso sono interscambiabili.

Nel ritornello di “Eterno paradosso” mi sembra di aver percepito un riferimento ritmico   a “Do I wanna know” degli Arctic Monkeys, è così? E cosa simboleggia questa canzone per te?

Pensavo che non lo avrebbe capito nessuno, mi devi spiegare come hai fatto a riconoscerlo! (ride)
Esatto l’ho ascoltata fino allo sfinimento, in realtà ognuno dei pezzi ha delle canzoni che io ho ascoltato tantissimo a volte per conseguenza di quello che stavo facendo.

Cioè, io volevo fare un pezzo col riffone dall’inizio alla fine e quindi ho sentito tante canzoni così, cercando di carpire i segreti di chi lo ha usato. Me li sono studiati e questo degli Arctic Monkeys è il pezzo che mi sono studiato più di tutti perché aveva un bpm simile di velocità.

Tutte le tue canzoni sono caratterizzate da tantissime citazioni e riferimenti che spaziano tra politica letteratura cinema e quant’altro. Si tratta di un intento predefinito o è espressione del tuo modo di essere?

Rispecchia il mio modo di essere, non è intenzionale come cosa. Non cerco di dimostrare di essere intelligente perché anche io sono profondamente stupido certe volte e sono mediamente intelligente. Io non faccio questo per divulgazione personale ma perché ho scoperto che mi piacciono realmente certi riferimenti quando mi appassionano. Direi che tutte le citazioni non sono fini a sé stesse ma sono giuste per essere lì.

La scelta negli ultimi anni di discostarti dalla politica ed esprimere maggiormente l’uomo che sta dietro all’artista corrisponde ad un percorso introspettivo che hai intrapreso?

Secondo me è dovuto alla crescita, all’essere diventato adulto e al trasformare le cose che voglio dire, adattarle a un nuovo linguaggio che è quello che interessa di più a me . Alcune canzoni che ho scritto 20 anni fa sono distanti dal mio modo di esprimere quei concetti oggi, ma non dal mio modo di pensare.

Adesso sono in un’altra fase quindi è assolutamente consapevole questo passaggio e imputabile a questione anagrafica, che ha avuto uno sviluppo molto accelerato con il guaio dell’acufene del 2015. Da quel momento il processo è stato inarrestabile verso un altro modo di scrivere, mi sono immalinconito un po’. 

L’unica arma che ha l’acufenizzato è distrarsi, io ho avuto la musica che mi ha permesso di affilare l’arma della distrazione, però diventa complesso anche fare musica, scrivere e pensare, ma bisogna combattere.

Per quanto riguarda il tour, puoi darci qualche spoiler in merito?

Il Tour estivo di Exuvia sarà l’unico tour che farò per questo album. Si è già prolungato molto il tempo dalla sua uscita al momento della sua resa sul palcoscenico e questo dilatarsi dei tempi mi ha come bloccato, impedito di andare al capitolo successivo. Perciò non vedo l’ora di fare il tour sia per lo spettacolo, momento che mi piace anche per divertirmi io stesso, ma anche per chiudere un capitolo della mia vita e andare oltre, senza più pendenze.

I live avranno anche quest’anno le scenografie di cartapesta, la costumista sarà la stessa di Prisoner 707, poi c’è un ombrellaio artigianale di Napoli e una società di gonfiabili. Forse tra le mie mire c’è quella di ricreare una sorta di Disneyland, e lo faccio in questo modo.

Il tour inizialmente doveva svolgersi l’inverno passato, il fatto che sia stato posticipato all’estate 2022 ha avuto qualche ripercussione sull’organizzazione?

Purtroppo si, decisamente. Abbiamo dovuto riconvertire il tour da uno spettacolo nei palazzetti a uno spettacolo da fare ai festival all’aperto. Il cambio di location ha aumentato le difficoltà e si è trattato di un lavoro di mesi di prove estenuanti oltre al dover convertire in live un disco con canzoni prettamente dal sapore di studio, avendo costruito al computer molti suoni.

Ad esempio le batterie di Exuvia sono quasi tutte finte e abbiamo dovuto trovare il modo di renderle in uno spettacolo live.

E a fronte di questo impegno ulteriore che ha richiesto il tour, riesci a delegare o vuoi gestire tutto in prima persona?

Io voglio avere tutto sotto controllo quindi non posso e non voglio delegare, perché nasce tutto dal fatto che voglio rendere personale la mia comunicazione. Lo faccio nei dischi, e a maggior ragione lo faccio sul palco dove sono io in prima persona ad espormi con il mio pubblico.

Ad un anno dall’uscita del disco, come ti ritieni rispetto alla sua resa col pubblico?

Un po’ tutti gli artisti dicono che ogni disco è stato sofferto, ma nel mio caso devo dire che veramente non è stato affatto facile.  

Rispetto a tutta l’attenzione che ci ho messo nel crearlo, avrei preferito che specularmente ne ricevesse di più, ma non potevo non ho potuto fare delle cose (Instore, Live) e questa mancanza adesso va sopperita dalla possibilità di ristabilire un po’ le sorti di Exuvia e di darlo alla gente anche nella forma live com’è giusto che sia.

E ora cosa ti aspetta dal futuro dopo il tour estivo?

Poi inizierà una nuova fase a me è ancora sconosciuta, non so dove possa portarmi. Anche perché non sono abituato tanto a pensare al futuro, non ho alcun progetto adesso tra le mani.

Godiamoci questo tour, adesso voglio salire sul palco per vedere come viene in versione live Exuvia.

Conclusioni

La chiacchierata con Caparezza è stata di grande interesse e ispirazione, potendo spaziare tra i più vari generi e trovando nell’interlocutore un artista innanzitutto aperto al dialogo e al racconto, e con una piena consapevolezza della propria arte e persona, frutto di un profondo processo di introspezione che è sicuramente portatore del merito della grande artistica di Michele, che ad ogni album fa breccia in sempre più menti aperte a cogliere la genialità e curiose di nuova conoscenza.

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