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Interviste

Venerus non è magico, è semplicemente autentico.

Venerus non è magico, è semplicemente autentico.

Andrea Venerus, o più semplicemente Venerus è un cantautore e musicista che seppur sembri sulla scena da tantissimo tempo per la maturità dei suoi progetti è abbastanza recente, almeno per il suolo italico. Nel 2018, infatti, lancia il suo progetto con l’EP A che punto è la notte guadagnando in pochissimo tempo il primato tra i lavori più innovativi del panorama urban italiano.

Da lì, si dimostra un artista in piena ascesa. Difficile non innamorarsi del singolo del tutto estermporaneo Canzone per un amico o del feat in Senza di me con Gemitaiz e Franco126. O ancora della sua partecipazione ad uno dei dischi più fortunati del 2021, OBE di Mace. Nel 2021, poi, arriva il primo album ufficiale, Magica Musica.

In occasione dell’inizio del tour Estasi degli Angeli, ho avuto il piacere di scambiare quattro chiacchere con questo artista multiforme. 

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Una delle primissime impressioni avute su Venerus era di associarlo ad un cavaliere errante che riporta a casa tesori e profumi di terre lontane. Alla fine di questa chiacchera, però, ho scoperto che non è un cavaliere, uno sciamano, un pirata o una delle altre mille forme di cui si ama travestire sul palco, ma un artista molto più umano e connesso di quanto sembri, con una gran cura per ciò che crea, per chi lo crea e, senza dubbio, con chi lo crea. 

Buona lettura!

Prima di cominciare: Venerus: biografia e discografia

Ciao, solitamente si chiede “Come stai?” io ti chiedo “Com’è tornare sul palco?”

Bellissimo, non vedo l’ora di farlo anche domani. Vorrei suonare molto di più, ma per quest’estate va bene così. 

Raccontami di Estasi degli Angeli, ossia il tuo tour. Mi hai colpita fin dalla locandina, che mostra un te stesso “angelico”, senza sesso. 

Aspetta, guarda ce l’ho sempre davanti (qui è quando Venerus gira la sua telecamera e me la mostra, quella stessa locandina grossa almeno un paio di metri in altezza, ndr).

Estasi degli angeli

Qual è il manifesto? Cosa vuoi regalarci?

Diciamo che c’è un filo rosso che collega tutte le esperienze dei live e dei tour fatti fino ad adesso, che è un po’ un’evoluzione dell’esperienza molto personale che provo sul palco ma che al contempo è condivisa e condivisibile dal mio pubblico.

Per questo tour sono partito da un concept che poi, come sempre, sta già evolvendo e andando in altre direzioni. É il mio modo di lavorare: imbastisco le idee e poi lascio che vada dove deve andare, si trasformi in quello che deve essere. 

Per assurdo Estasi degli Angeli in particolare è partito molto barocco, specialmente dal punto di vista estetico perché ho seguito i miei sfizi personali, le mie idee un po’ particolari e la volontà di sperimentare. Però sta già cambiando, oggi infatti cerco di lasciare che il live sia più simile ad un concerto, adesso più di prima, perché credo che nella dinamica di un concerto c’è già tantissima magia. Se ero partito dall’idea di mettere in scena un vero e proprio spettacolo con tratti molto teatrali, poi facendo un po’ di date mi sono reso conto che ho voglia di smorzare e vedere cosa succede soltanto con la musica, anche perché siamo in 7 sul palco e giriamo in 14, non c’è praticamente nulla di pre-registrato. 

Quanto nei tuoi live dai spazio all’improvvisazione o ti attieni di più a quanto produci in studio durante le prove?  

Le prove di Estasi degli Angeli le abbiamo fatte tutte all’inizio per motivi tecnici e logistici dati dal fatto che abitiamo in città diverse. Personalmente mi piacerebbe suonare di più, ma ultimamente ho mille progetti e mi è difficile continuare a provare. Quindi sì, c’è tantissimo margine di improvvisazione anche perché giriamo molto old school con strumenti, amplificatori e plug-in. Inoltre, come ti dicevo, non ci sono set pre-registrati, quindi la stessa canzone può uscire diversa anche in due concerti di fila. 

Mi hai anticipata, volevo chiederti se la scaletta di un live è sempre la stessa o cambia spesso..

Guarda c’è sicuramente una matrice, che è quella che stiamo portando in giro ovunque. Questa è frutto del fatto che, per quanto non ci siano suoni pre-registrati, ho voluto arrangiare le cose in modo che fossero molto più collegate l’una con l’altra. Mi sono reso conto che io mi diverto molto di più e la gente anche. Il che significa che non c’è esattamente uno stacco reale tra un pezzo e l’altro è tutto intrecciato in un unico flow.

Quindi cambia in base un po’ a come ti senti?

Sì, è basata anche molto sul feeling che provo in quel dato momento. In realtà la vita me la vivo esattamente così, giorno per giorno, ed ultimamente sto pensando molto a sta cosa della personalità e come portarla nei miei progetti. 

Questa cosa della personalità me la sono chiesta anche io alla tua prima data al Mi Ami. Ma mi sono anche chiesta: lo capiranno tutti? 

Io stesso ho pensato sinceramente che fosse un po’ too much. Ma in realtà son molto contento di essere partito così, proprio a Milano con cui ho un rapporto complicato. Sono nato e cresciuto qui, e per questo è la mia città, ma un po’ mi fa incazzare perché è un posto di merda, scusa un po’ ostile (si corregge, ma io gli do ragione, ndr). 

Al Mi Ami Festival, in particolare, avevo voglia di andare un po’ oltre perché sento che Milano è molto di facciata, devi dire cose giuste nel momento giusto. Quindi, mi sono detto: vado lì un po’ crazy, è stato un gesto mio di protesta personale. Volevo dare un po’ la sensazione di essere fuori luogo ed effettivamente da un lato è stato così, dall’altro confido nel fatto che se fai un concerto figo la gente lo riesca ad apprezzare comunque anche se non è lo standard.

E ci sei riuscito, a me è piaciuto.  

Ho fatto così anche alla seconda data all’Arena di Verona, più o meno con lo stesso contesto. Poi, però, già alla terza data volevo cambiare, come se da un certo punto di vista quella roba lì fosse troppo in là e quindi il rischio era forse che andando così oltre potevo perdere connessione con il pubblico. Da lì, ho fatto un passo indietro perché la musica di per sé ha già quella dimensione di trasporto, non serve molto altro.  

Molto curiosa per domani (l’indomani sono andata a sentirlo e vederlo live al Woodoo Fest di Cassano Magnago). 

Il palco che vedrai domani ha una scenografia pazzesca, alle nostre spalle c’è la creatura della locandina. Suonare su un palco per due ore in 7 persone entrandoci dentro come facciamo noi è un’esperienza pazzesca, un po’ come se evocassi tutte le volte quella creatura. Ci sono momenti che il live diventa molto simile ad un rito. 

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Mi parli molto di loro, ma che rapporto hai con i tuoi musicisti? 

Li amo veramente, sono dei musicisti-amici incredibili e abbiamo un rapporto super. Mi rendo tutti i giorni conto di quanto abbia bisogno di loro e quanto sono estremamente grato di averli con me e di tutte le dinamiche del tour che abbiamo creato. 

Siamo una band a tutti gli effetti anche se è il mio progetto, in tour viaggiamo tutti allo stesso livello, insieme. Mi dà una gioia immensa, quando sono in giro a suonare con loro raggiungo una percentuale di felicità veramente incredibile a tal punto che da un lato vorrei suonare sempre, dall’altro vorrei capire come funziona questa cosa perchè quando smetto è molto peso. 

Ora, passiamo a Magica Musica. La tua storia vede l’uscita di due (grandi) EP a cui segue questo tuo primo disco, Magica Musica. Cosa ti ha fatto dire “è il momento”?

Allora partiamo dal presupposto che ogni volta che nella vita dico “Sono pronto”, poi ricevo un’inculata quindi non è il modo giusto, almeno per me. Ogni volta che penso di essere pronto la vita mi fa capire in modo molto evidente che non ho bisogno di sentirmi pronto. La cosa di cui ho bisogno, invece, è di sentirmi chiamato a far qualcosa. Perché la sensazione di essere pronto è come se volesse dire che tu già ti senti sufficiente e hai già tutto quello di cui hai bisogno, quando in realtà fare un disco bello richiede un sacco di lavoro e cambiamento anche personale. Il prima e dopo di un disco comporta una mutazione, almeno io mi sento cambiato dopo che lavoro ad un progetto, cresciuto almeno musicalmente. Quindi, in sostanza è un po’ stata una chiamata di maturità, ho detto “è il momento quindi vado”. 

Credi che oggi ci sia ancora la necessità di anticipare al primo disco degli ep oppure questa standardizzazione può morire?

Secondo me è strettamento legato a come gira la discografia più che un path da seguire, cioè tu magari hai dei pezzi e dici “boh, esco” (grazie per la cit, ndr). Nel mio caso, con l’EP A che punto è la notte, erano i miei primi pezzi in italiano, non erano molti ma ho sentito la spinta, la chiamata. Quando ho fatto uscire il primo pezzo nonostante avessi un solo pezzo in italiano ho sentito che fosse proprio giunto il momento di dire “ci sono anch’io”. In generale, può succedere con la propria etichetta ci si accordi di mettere insieme un EP che solitamente rappresenta un lavoro che riesci a fare in un paio di mesi e quindi più snello di un disco. Nel mio percorso, in ogni caso, EP e disco sono due concetti che confluiscono l’uno nell’altro

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In “Brazil” canti e di notte mi sentono urlare perché ho scritto una nuova canzone. Come lavori ad un pezzo? Pianoforte / chitarra voce o lavori con qualcuno? 

Anche la fase di creazione di un pezzo è in costante evoluzione, ad esempio da Gennaio ho il mio nuovo studio un po’ atipico in cui creo e produco. La maggior parte degli artisti, invece, ha studi con casse e computer oppure live room con regia e compagnia bella. Nel mio studio ho creato qualcosa a metà strada dove mi serve il computer, certo, ma ho tanche tantissima strumentazione, così se faccio piano e voce ma poi mi rompo il cazzo, passo subito alla chitarra. 

Hai una tua routine?

Sì, certo ultimamente cerco di essere produttivo quindi cerco di avere più ordine mentale altrimenti è molto difficile produrre in maniera continuativa. Ad esempio, quando sono a Milano mi sveglio prestissimo e vado in studio. Questa è un po’ la mia routine, che quando sono in giro per il tour ovviamente diventa un po’ singhiozzante.

Parliamo dei feat. Com’è stato lavorare con i Calibro 35?

Bello, è stata una delle esperienze più belle del disco perché mi ha reintrodotto – io lavoravo così all’inizio – nella modalità di comporre live. 

Con i Calibro35 è successo che ci siamo organizzati per fare insieme il pezzo, nel frattempo passavano i giorni e non avevo scritto un cazzo. Poi, un giorno mi ricordo che ero in questa casa col pianoforte ma non riuscivo a fare molto finché, ad un certo punto, ho mollato completamente e mi sono messo a suonare quello che avevo in testa, senza cose prefissate e lì è venuta fuori Sei Acqua abbastanza velocemente. 

Il testo, invece, l’ho scritto mentre viaggiavo in moto verso la Puglia, avevo delle idee in testa ed a un certo punto si è palesato tutto così mi sono fermato al benzinaio e l’ho registrato. Il giorno dopo siamo andati in un bellissimo studio vicino Lecce dove abbiamo registrato tutto in una sessione. 

Mi piace questo modo di produrre, perché oggi si tende a lavorare un po’ troppo in analogico tenendosi da parte tutte le possibilità fino alla fine e rischiando di non prendere mai decisioni. Se invece produci dal vivo in una sessione in studio, le registrazioni sono quelle e puoi tranquillamente arrivare a fine giornata che hai tutto quello che ti serve. In definitiva per me è il modo migliore.

In ogni caso, grande stima, grandi musicisti.  

Frah Quintale, Rkomi e Gemitaiz: c’è un episodio con qualcuno di loro che ti va di raccontarmi?

Allora, con loro sono state situazioni molto tranquile.  Con Frah Quintale ci eravamo beccati mille volte in giro fino a che ad un certo punto gli ho proposto di fare un pezzo insieme, quindi ci siamo visti e siamo finiti a parlare di un sacco di cose, in particolare dell’arredamento di una casa, da qui è nata la metafora della casa che c’è nella canzone. Con Gemitaiz invece eravamo a Gaeta dove avevamo preso una casa per suonare un po’ insieme, mentre lavoravamo la montagna davanti a noi ha improvvisamente preso fuoco. Quindi è stato stranissimo, tutto andava a fuoco fuori e al di là dello shock iniziale è stata un’esperienza bellissima e assurda. Con Rkomi ci eravamo beccati volutamente per fare qualcosa insieme, gli ho proposto questa canzone e lui poi mi ha mandato la sua parte. 

Un giornalista ha da poco scritto: la musica del momento fa veramente schifo. Cari cantanti, potreste impegnarvi un po’? Non so se l’hai letto, ma sostanzialmente nell’articolo si dice che il problema della musica attuale è che sia vuota e senza sostanza. Cosa ne pensi?

Secondo me è vero, anche io penso ci sia una crisi artistica molto forte. Non lo dico per criticare gli altri, però, quando mi capita di sentire qualcosa di nuovo veramente di rado penso “che bella”, quasi mai dico “wow” in Italia per lo meno, mentre per quanto riguarda le produzioni all’estero il panorama è molto diverso. Tra l’altro mi è capitato di parlare proprio di questo quando ero a Bari ed ad un evento ho incrociato il batterista di David Bowie a cui raccontavo che sono arrivato alla conclusione che in Italia, rispetto a paesi come l’Inghilterra e l’America, non abbiamo poi così tanto bisogno di musica, almeno a livello socio-culturale. Ne abbiamo bisogno come singoli individui, ma in termini sociali e politici non è una nostra priorità. Lui mi ha dato ragione e mi ha detto che è dagli anni ‘60 che gli americani pensano proprio questo. 

Conclusioni

Si chiude così la chiacchierata con Venerus, tra vecchie reminescenze della sua vita londinese e il nostro condiviso culto/ossessione per i Verdena. Per quel che ho potuto sentire e vedere di Andrea penso che sia un grande artista capace raccogliere e lasciarsi ispirare da stimoli molto profondi e intimi ma anche da chi e da ciò che lo circonda. Il risultato è davvero coinvolgente al punto di sentirti parte di un rito, di una magia.

Foto di Margherita Rotelli per Boh Magazine

Nella vita mi occupo di marketing digitale come schiava basic del sistema e gestisco progetti di branding come freelance. Perché mi piace veramente, invece, scrivo di musica e quando si stava meglio organizzavo pure concerti in casa.

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