Intervista a MACE: un disco tra mondo terreno e ispirazione.

Il 5 febbraio 2021 esce OBE, il nuovo disco di MACE producer multiplatino della scena. Per l'occasione abbiamo fatto due chiacchere su questo nuovo viaggio.

Il 5 febbraio 2021 esce OBE, il nuovo album di MACE producer multiplatino della scena.

OBE è l’acronimo di “Out Of Body Experience (esperienza extra-corporea)”, una dichiarazione di intendi molto chiara, dunque. L’album, infatti, è frutto di anni di ricerca artistica, spirituale e personale che si riversa, prima di tutto, nella mente del producer e poi nel suo lavoro.

Il tema del viaggio, fisico e spirituale, si snoda tra le 17 tracce del disco, e per questa intervista abbiamo inziato proprio da qui.

Prima di iniziare: Chi è MACE?

Ti definisci un viaggiatore prima che un artista. Da dove vieni straniero? Cosa ti porti dietro delle tue origini?

Ho origini davvero poco esostiche perché sono nato a Milano, ma probabilmente vengo da un pianeta lontano. Nella mia musica c’è la mia essenza, c’è la mia maniera di rimpastare quello che vedo e quello che ascolto, interiorizzarlo e riemetterlo fuori. Quindi sicuramente credo che tutti gli output che creiamo sono un riflesso anzi tutto di quello che abbiamo dentro, a prescindere da dove arrivi.

Dei tuoi numerosi viaggi in giro per il mondo, qual è l’aspetto che ti ha più ispirato nella composizione dell’album OBE?

Viaggiare mi mette a contatto con sistemi di pensiero nuovi, stili di vita e modi diversi di guardare le cose e, successivamente, mi permette di guardare me stesso. Credo che viaggiare tanto mi abbia aperto la scatola cranica in mille e mi aiuta davvero a vedere le cose in maniera diversa.

Subisco delle grandi influenze dalla musica africana o da quella indiana, ma cerco comunque di non mettere troppi ingredienti nella musica, almeno in questa mia fase della carriera. Non voglio fare musica che sia troppo derivativo, ciò ciò che vedo nei mie viaggi mi influenza sì, ma sotto pelle. La cosa più interessante di quando viaggio è come mi influenza come penso, come mi piace notare dei dettagli e riportarli.

Un piccolo esempio di come mi influenza viaggiare è, ad esempio, un’idea che ho preso da un mio viaggio in Giappone. Nonostante abbiano due alfabeti, hiragana e katakana, i giapponesi continuano ad usare gli idiogrammi cinesi, cioè dei simboli, per esprimere certe parole o degli archertipi. Un’usanza che ho trovato davvero affascinante perché per me un simbolo è più importante della parola. Per questo motivo ho deciso di associare ogni traccia di OBE ad un simbolo.

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In OBE si ha la sensazione di ascoltare un album che attinge da territori, mondi (e di conseguenza suoni) fino ad ora inesplorati, almeno in Italia. Quanto i tuoi ascolti in questi ultimi 2 anni hanno influenzato il processo di produzione?

Tantissimo, i miei ascolti sono comunque alla base di quello che faccio. Tutto quello che faccio lo faccio prima a gusto mio. Non ho mai fatto niente pensando prima di tutto ad un pubblico, l’audience finale sono io e poi spero che piaccia a più gente possibile. Per questo, ovviamente, ciò che mi piace ascoltare si riflette in quello che creo.

In quest’ultimo anno ho ascoltato tantissima musica ambient e questo mi ha influenzato molto nella tessitura di alcuni brani. Da tantissimi anni ascolto soul anni ’70, in OBE quindi ho voluto riportare quel calore con un sacco di chitarre, rhodes, tutti quegli strumenti che mi dessero il calore di quella musica anni ’70 che ascolto, però ovviamente portata nel 2021.

Come non mi interessa prendere delle ispirazioni troppo palesi da musiche di altri terroritori, non mi interessa neanche fare la cosidetta “operazione nostalgia”. Si tratta sempre di interiorizzare ma riportando nel contemporaneo ciò che faccio, non tornando indietro.

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Com’è nata La Canzone Nostra?

La Canzone Nostra era nato come un brano ambient e strumentale che stavo componendo per un altro progetto quest’estate. Una volta tornato a Milano ho sentito Blanco e sono andato fuori di testa, l’ho invitato in studio e l’ho fatto cantare sulla traccia che stavo producendo.

Mi interessava anzitutto provare a tirargli fuori una vena super melodica ed emotiva, che non era sotto gli occhi di tutti nei due brani precedenti. Ma siccome l’avevo notata e mi piaceva, volevo metterlo alla prova su questo pezzo. E ha funzionato di brutto. In un pomeriggio abbiamo costruito un pezzo che al momento della registrazione voci era solo strumentale, le batterie le ho fatte lo stesso giorno.

Una volta messo a posto, l’ho fatto ascoltare a Salmo che si è gasato al punto di voler metterci dentro una strofa. Il giorno dopo è arrivato con una strofa super.

Con Venerus poi ho aggiunto tutte le chitarre e con Leslie, uno dei cantanti dei Soul System, ho fatto tutti i cori soul.

A proposito di collaborazioni, come avviene il processo di scelta degli ospiti e degli abbinamento per un brano?

La scelta degli ospiti sono quelli che mi piacciono e chi fittava meglio con il percorso che mi immaginavo per quest’album.

Come li metto insieme? Non c’è una regola, per molti brani ho cercato di chiamare un’artista e stimolarlo a fare qualcosa che non abbiamo già sentito mille volte. Chiamiamo Chiello per fare un pezzo con Colapesce, ad esempio. Il criterio però non era la combo più assurda, è più “qui io ci vedo Chiello anche se assurdo, ma ce lo vedo benissimo“.

Un altro esempio, nel pezzo “Colpa tua” che ho iniziato con Venerus ma ci vedevo il Gué , anche se non avrei mai associato questi due artisti sapevo che c’era un punto di contatto tra i due.

Inoltre, sono solito non far ascoltare cento pezzi ad un artista, ma quello che ho pensato per loro e mediamente ci azzecco. Così come con le combinazioni, quando chiudo la prima parte con un cantante poi ho subito l’ispirazione per chi metterci a fianco.

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Qual è stata la scelta tra le collaborazioni e gli abbinamenti di ospiti che ha sorpreso più le tue aspettative?

Credo di aver avuto una visione molto aperta sia nella costruzione delle musiche che negli accomppiamenti: Ayahuasca ☰ , ad esempio, è uno dei miei pezzi preferiti nel disco. Non solo per un attaccamento personale all’argomento, ma anche perché nessuno si sarebbe mai immaginato di attaccare quei due nomi insieme. Quando ho proposto a Chiello il feat con Colapesce mi ha confermato di essere super fan e si è subito preso bene per collaborare insieme.

“Ayahuasca” è uno dei miei brani preferiti anche per la struttura del pezzo, dove ho campionato tamburi e flauti shamanici suonati nei rituali amazzonici e per questo a livello di tessitura musicale credo che ti possa davvero mandare in terre lontane.

Tante collaborazioni sono risultate impensabili agli occhi degli altri, ma per me non lo erano affato. Non credo ci sia del genio, ma ci trovo solo la mia maniera di connettere i puntini.

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Sempre parlando degli ospiti di OBE, come hai convinto Fritz Da Cat a tornare a produrre?  

In realtà Fritz Da Cat continua a produrre di brutto, ma credo che sia stato molto più semplici di quanto pensi perché è uno dei miei migliori amici.

Ci siamo conosciuti nel 2003 ed è letteralmente una delle presenze fisse nella mia vita, uno dei miei mentori. Lui ha sette anni in più di me, crescendo è sempre stato di ispirazione, prima di tutto a livello personale. Mi ha fatto aprire gli occhi su un sacco di cose e abbiamo anche viaggiato molto insieme.

Uno dei primi viaggi della mia vita l’ho fatto in Messico, sono andato con il mio migliore amico del tempo e dopo una settimana ci ha raggiunto Fritz. Quindi il mio primo grande viaggio l’ho condiviso con lui e poi siamo stati anche in altri posti in giro per il mondo.

É stato proprio brother, non puoi non esserci nel mio disco.

MACE – Intervista a Boh Magazine

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La figura del produttore in questi anni è cambiata molto, parlo di percepito del pubblico. Ti ritrovi? Che aspettative hai per il futuro? 

Anzitutto, ho una grande regola: non mi faccio mai aspettative su niente. Le aspettative rovinano qualsiasi tipo di esperienza, ho imparato a metterle proprio da parte comprese quelle che potevo avere sull’album. Nonostante i segnali che sono molto buoni tra chi ha potuto ascoltarlo, io rimango sempre sul “come va va”.

Quindi zero aspettative anche sul ruolo del produttore, anche se devo dire che è diventato molto più front rispetto a prima. Rimane però che i veri frontman debbano essere quelli che catalizzano davvero l’attenzione della gente anche perché la forza della musica arriva quando riesci ad associarla ad un volto e un carattere che ti piace, ed è giusto così. Noi produttori facciamo questo mestiere anche perché per idole ci piace stare un po’ più dietro le quinte.

C’è da dire che in certi generi musicali, come il rap e la musica elettronica, il produttore contribuisce in maniera radicale a costruire proprio l’estetica dei progetti e anche la direzione musicale e di pensiero che c’è dietro.

Questa centralità del producer viene ancora una volta dall’America, quando ero ragazzino e ascoltavo rap negli anni ’90 già i super producer americani erano già delle mezze super star. In quegli anni in Italia non era la stessa cosa, poi è arrivata la nuova generazione. Se penso a Charlie Charles o Sick Luke sono sempre stati bravi, oltre che a far musica, a brandizzarsi. Ma senza dimenticare che gli stessi artisti che loro producevano non mancavano a nominarli in ogni pezzo, trattandoli proprio come se fossero i componenti di una band.

Il percepito è cambiato ma si tratta comunque del percepito di gente che segue un determinato tipo di musica. Considera che 3/4 delle persone che ascoltano La Canzone Nostra alla radio non sanno nemmeno che cosa fa un produttore.

Per molte persone un produttore è semplicemente chi ci mette dei soldi, io devo far capire loro che caccio le idee.

MACE – Intervista a Boh Magazine

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I 3 emergenti su cui punteresti tutto.

Per me è raro lavorare con un artista davvero emergente, Blanco è sicuramente uno di questi e, se posso definirlo tale, anche J Lord mi fa impazzire.

Tornerà mai un party (progetto) come quello dei RESET! ? 

Non credo, sono stati anni meravigliosi ma RESET! è un progetto che ha esaurito il suo corso.

RESET! era un progetto di amici (e lo siamo rimasti) legato aduna ideologia di pensiero e un sound davvero nuovi e importanti in quegli anni, ma oggi non lo sono più.

Ad oggi non vedo una possibile reunion ma chissà. Non ti nascondo comunque che un super festone, un bel party in montagnetta come ai tempi non mi dispiacerebbe.

Come celebrerai l’uscita del tuo album? Farai qualcosa di speciale? Ovviamente nel rispetto del dpcm.

Sicuramente farò qualcosa perché le cose belle vanno celebrate ma mantengo estrema riserva sul cosa.

Classe '91, meglio conosciuta come Margherotti. Per professione inoltro mail, nel tempo libero prendo la musica e la porto nei salotti. E ogni tanto scrivo che cosa penso.