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Interviste

Nello Xenoverso di Rancore puoi trovare anche te stesso

Nello Xenoverso di Rancore puoi trovare anche te stesso

Rancore, al secolo Tarek Iurcich, è un artista che fin dai suoi esordi si è distinto per innate doti liriche e narrative, abbinandole alla sua personalissima visione musicale.

Classe 1989, nonostante la giovane età sfiora i 20 anni di carriera, ha collaborato con quasi chiunque nella scena urban italiana, ma non solo; Marracash, Margherita Vicario, Dardust, Nayt, Giancane, Claver Gold, passando anche per Manuel Agnelli e Daniele Silvestri.

Ho avuto il piacere di scambiare qualche parola sul suo nuovo disco Xenoverso, entrando e scavando nella dimensione narrativa da lui immaginata.

Definiresti il disco Xenoverso un concept album?

Sì, lo definirei un concept album per il semplice fatto che Xenoverso è proprio un concetto.

Sono partito dalla parola Xenoverso da lì ho creato questo concetto, trovato questo questo modo di vedere il mondo, appunto con questa visione in cui al nostro universo si antepone uno Xenoverso.

È un concept album nel senso che parte da un concetto, non che necessariamente debba avere tutte le regole di un disco classico; una volta capito questo concetto ho iniziato a esplorare lo Xenoverso e a capire quali fossero i link tra la realtà che qui viviamo e quest’altro verso.

Da lì ho iniziato appunto a esplorare a raccogliere queste 17 lettere, per poi fare da messaggero, da cronosurfista come dico nel disco tra un verso un altro verso.

Tutto segue sicuramente una storia, tutto segue un un filo conduttore e questi puntini che apparentemente sembrano complessi da capire una volta uniti, a livello musicale, grafico e narrativo, danno una grande figura.

Quindi per rispondere alla tua domanda sì, è un concept album, ma rompe molto il concetto di album stesso.

Per me il tuo disco è abbastanza confrontabile a “Le dimensioni del mio caos” di CapaRezza, nonostante la tematica centrale dello xenoverso si presti a diverse interpretazioni, immaginari.

Beh lo Xenoverso come concetto prevede tutto ciò che noi ancora non conosciamo, tutto ciò che noi abbiamo dimenticato, tutto ciò che non vediamo. Faccio un esempio: il lato oscuro della luna non si vede dal pianeta Terra potrebbe essere Xenoverso; il lato visibile dalla terra è Universo.

Prima che io giri l’angolo quello che c’è dietro l’angolo per me è Xenoverso, poi una volta girato l’angolo questo fenomeno viene inglobato in un universo.

In questo modo c’è un confine dinamico in cui lo spazio che acquista l’universo tramite la conoscenza, tramite una serie di cose, lo toglie allo Xenoverso e viceversa.

Quando lo Xenoverso prende spazio inizi a perderti le cose, si perdono le lettere, finiscono nello Xenoverso, non arrivano al destinatario. Le cose che non conosciamo sono tante e anche su tanti livelli.

È come se avessi preso tanti livelli di ciò che è inconoscibile e avessi appunto portato una lettera da ognuno di questi livelli quindi c’è il passato dimenticato, il futuro sconosciuto, i luoghi che nessuno conosce, i misteri della vita, il no-sense stesso è uno xenoverso. Mondi ad altri dimensioni, come un mondo a due dimensioni, ma potrei farne anche un mondo a sei.

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Quanto di Tarek c’é nei racconti dello Xenoverso?

 Sicuramente tanto perché tutto passa attraverso il filtro di quelle esperienze che ho vissuto, delle paure, delle speranze che ho.

C’è molto e allo stesso tempo niente, nel senso che c’è sia un Tarek dell’universo che io racconto nel suo coraggio e nelle sue fragilità e sia un Tarek dello Xenoverso in un certo senso, quindi una versione di me che ho dovuto conoscere in questo viaggio, perché ogni viaggio nell’abisso porta sicuramente a grandi scoperte ma anche a grandi pericoli. Quindi molto spesso ho dovuto combattere con diverse versioni di me.

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Quindi effettivamente in questo Xenoverso hai trovato una parte di te che adesso è diventata universo?

 In un certo senso sì o forse è rimasta lì, l’ho segregata all’interno.

Adesso non te lo so dire precisamente, sicuramente ci sono stati dei momenti in cui, diciamo, io non ero io, io non sono io e infatti c’è anche una canzone che parla di questo.

Se vedi questo disco come un film, c’è sempre un cattivo che comunque serve anche al protagonista per crescere. In questo caso il cattivo sono sempre io e appunto, questo conflitto, che poi ritorna anche in altri dischi che ho fatto, sempre tra me e me è anche un po’ una metafora di come dobbiamo metterci in dubbio, cercare di evolverci mettendo in dubbio noi stessi.

Alla fine poi la parola io è una parola falsa, nel senso ogni volta che una persona la utilizza dovrebbe chiedersi se sa veramente chi è, perché è una parola quasi sempre sbagliata da usare, costringe te stesso a identificarti in un qualcosa che poi alla fine è un’illusione.

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Volevo chiederti chi è Federico e come ha ispirato questa ballata sulla filosofia e sui filosofi.

Allora, non posso svelarti chi è Federico, perché vorrei che appunto questo nome che dici ma perché Federico poi venga svelato, come già così è, alla fine della canzone.

 Alla fine della canzone capisci chi è Federico. È  molto più semplice di quello che sembra, fondamentalmente è un amico mio che fa il filosofo, in questo caso è proprio quello col quale sto fumando sul pratone all’inizio, e non si rende conto del perché io stia uccidendo questi filosofi che effettivamente sono degli zombie.

E uno per uno, anche in maniera molto ignorante e splatter, uccido questi filosofi, che è un po’ una metafora dei filosofi che oggi a volte vengono riutilizzati sotto forma di zombie e in maniera molto superficiale dalla modernità, che hanno magari una profondità che non viene neanche veramente approfondita.

Vengono presi e decontestualizzati, quindi zombificati, oltretutto è una canzone che porta con sé una grande dose di non senso, cioè il no-sense molto spesso ha più senso delle cose sensate ed è anche esso una delle tante facce dello Xenoverso perché il no-sense è di per sé intangibile, è come se sfuggisse continuamente no. Rompe ciò a cui sei abituato. Questa canzone porta con sé questa dose di ironia, di non senso che è un po’ una rappresentazione anche del momento che stiamo vivendo tutti secondo me.

In Le Rime (Gara tra 507 parole) le parole che compongono la canzone sono effettivamente 507?

Sì, sono 507. Ce ne sono due che non ci sono ma lo dicono dentro la canzone, quindi significato e significante corrispondono perfettamente perché a un certo punto dico qualcuna che non c’è e anche dal video si capisce che c’è una x quel momento.

Questo è perché in ogni conto cioè qualcuno che rimane escluso, come fosse un’enorme maratona di parole, ma alcune sono invisibili. Per il resto ogni singola parola è contata, vabbè anche queste son contate però ho creato delle regole del gioco per poi romperle io stesso, altrimenti sarebbe stato troppo scolastico. Non mi è bastata questa complessità, ho di aggiungere altri livelli, che comunque anche nel video ha il suo fascino perché proprio su la parola non c’è si rompe per un attimo lo schema e poi ritorna immediatamente.

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Questo numero ha un significato particolare?

Questo numero è un codice che spiegherò un po’ più in là, fondamentalmente è il nome della nave che io guido per portare queste lettere che dentro questa storia ho ereditato. Questa nave ha la particolarità di essere anche un vaso, perché l’albero della nave è un albero vero che viene coltivato e trasforma la nave in un vaso.

Volevo chiederti se il processo creativo della traccia Xenoverso è stato diverso dalle altre: ho visto che figura anche il tuo nome nei crediti dei produttori.

Qui hai effettivamente partecipato alla creazione, alla composizione della musica?

Xenoverso è una canzone scritta nel 2015, sono passati 7 anni da quando ho scritto quella canzone.

Nella scrittura di questa canzone, ho pubblicato dischi nel mezzo, fatto tantissime cose, e nel corso di questo tempo ho fatto più versioni, andando da diversi musicisti in diverse situazioni.

Oltretutto sul piano mi ha dato una mano anche Skioffi, poi il resto l’abbiamo prodotto Jano e Meiden; comunque questo era semplicemente per dire che Xenoverso ha avuto un’evoluzione nella quale io l’ho tenuta nel cassetto, l’ho protetta, l’ho curata, ho detto cosa avevo in mente musicalmente, l’ho portata da un musicista all’altro, ho fatto delle prove, ho fatto loro da produttore.

Compaio come ultimo perché giustamente il lavoro della produzione, del creare i suoni, l’hanno svolto altre persone ma fondamentalmente il pensiero musicale che c’è dietro è il mio e volevo scriverlo anche perché è la title track.

Non lo scrivo sempre anche quando c’è questo procedimento, però in questo caso essendo la title track ho deciso di esserci anche come nome, perchè è stato effettivamente, come dici tu, un processo creativo un po’ diverso dal resto.

L’ho curato, c’è stato tanto del mio pensiero dentro tanto mettimi questa nota piuttosto che un’altra, facciamo, suoniamo questo strumento piuttosto che un altro, che fondamentalmente ho fatto un ruolo proprio del produttore, cioè di colui che dirige l’orchestra.

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Questo brano quindi è stato anche un po’ l’origine del disco?

Insieme ad altri, Araknos, Lontano, X agosto sono tutti brani scritti tra il 2015 e 2016 quindi prima di Musica per Bambini e nel caso sarebbero potuti benissimo essere nel disco di prima, invece nel disco di prima troviamo, dallo Xenoverso, Sangue di drago e Quando piove.

Infatti già in quel disco se guardi la tracklist trovi vicino a queste due tracce (la 5 e la 9) due piccole pergamene. Non ho mai svelato perché queste due pergamene, in realtà quelle due pergamene già dall’uscita di Musica per bambini anticipavano che ci sarebbe stato qualche enigma dietro.

Ecco svelato l’enigma, infatti la 5 e la 9 nel disco Xenoverso non sono presenti all’appello ma sono due skit, perché è come se fossero stati rubati due brani da questo disco, dal Tarek di Musica per bambini per essere messi in Musica per bambini.

Tu avevi già in mente quest’idea dello Xenoverso, anche come portare avanti questo progetto…

Certo, Xenoverso come ti dicevo all’inizio è un concetto, quindi per svilupparlo, per capirne gli assiomi – infatti se uno apre la copia fisica legge tutti i punti che ho scritto, che appunto spiegano questo Xenoverso a livello proprio narrativo al di là delle canzoni- c’è voluto tempo, perché è quasi un concetto filosofico Xenoverso, va oltre.

Non poteva essere legato a meccanismi riguardanti la discografia o le pubblicazioni, doveva prendersi il suo tempo per svilupparsi e ora che s’è preso il suo tempo era pronto per essere presentato all’Universo ecco.

È più simile a una raccolta di racconti di Asimov più che a un disco, nonostante tu questi racconti li abbia messi in musica è il racconto la parte principale a cui ti sei dedicato?

Anche alla musica, ma la musica doveva prima partire da questo enorme messaggio e per partire da un messaggio complesso, ma anche molto delicato, dovevo sapere io cosa stavo dicendo. Per sapere cosa stai dicendo devi ragionarci e riragionarci; molto spesso le intuizioni si prendono il loro tempo, non puoi chiamarle con una telefonata.

Quanto effettivamente hai curato la direzione musicale, hai partecipato alla composizione delle strumentali? Sono diversi i produttori però suona molto unitario…

Non c’è stato un procedimento del disco in cui io non ero presente, infatti molto spesso questa cosa non è stata molto facile visto questo periodo che abbiamo vissuto in cui gli spostamenti erano limitati.

Credo che sia una cosa che, a quanto ho capito, è anche strana. Almeno, questo è quello che ho capito perché molto spesso mi dicevano non fare così.

Io invece ci sono stato sempre attaccato appiccicato a qualunque persona ha fatto questo progetto, veramente dalle grafiche, che sono l’ultima cosa prodotta, fino alla prima cosa prodotta cioè le prime sessioni di studio per capire come dare una colonna sonora a tutto questo.

Ho preso una enorme quantità di treni, sono stato in giro, io ci sono sempre stato. Fondamentalmente 24 ore su 24 fino al mix al master, ho fatto impazzire un sacco di persone perché il dettaglio è stato un po’ la chiave di questo disco. Sapere tutto nei dettagli è stato anche molto complesso come potrai immaginarti.

Sicuramente i produttori che ho scelto, anche senza che io gli avessi detto nulla, avrebbero comunque creato un fil rouge perché scegli una persona la scegli anche perché sai che fa un determinato tipo di cosa, quindi pure senza la mia presenza magari ci sarebbe stato già un fil rouge.

C’è da dire che energeticamente la mia presenza lì, il mio raccontargli cos’è lo Xenoverso, il mio farmi vedere magari quell’immagine, dire guarda voglio fare questa comunque porta le persone a entrare ancora di più dentro il tuo immaginario e soprattutto a capire che è un disco che sta cercando di rompere veramente qualunque schema.

Questo permette di capire meglio sia me come persona e sia Rancore, in quello che scrive, quello che lui vuole fare no e automaticamente nasce un’unione, anche se non conosci gli altri produttori si crea inevitabilmente una connessione.

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I brani che scrivi e che poi finiscono in un album legano tra loro in modo naturale o è una precisa volontà che siano tutti quanti legati tra di loro?

È un mix tra le cose, sicuramente nel momento in cui appunto entro in un certo tipo di mentalità le prime canzoni le scrivo naturalmente, però allo stesso tempo ci metto quella dose di impegno nel cercare di costruire un film con delle scene ben strutturate.

Andando avanti poi, in realtà, quella mentalità entra talmente tanto dentro me, sono entrato talmente tanto nello Xenoverso che ad un certo punto ho avuto proprio la sensazione di starci, di esserci andato e ancora adesso ce l’ho. Infatti, quando parlo molto spesso non si capisce quando stia continuando la narrazione e quando invece sia finita.

Fondamentalmente da un certo punto inizia a venire naturale questa cosa, come se diventi veramente il protagonista del film. Come in quei film che iniziano con lui che ti racconta la favola e poi che ne so dice Ad un certo punto dal soffitto iniziò a cadere dell’acqua, i bambini guardano il soffitto e inizia a uscire l’acqua dal soffitto non capisce più quand’è la favola e quando è la realtà. La stessa cosa è un po’ successa a me; quindi a un certo punto le canzoni erano tutte xenoversose quelle che uscivano fuori.

A livello artistico e personale che cosa ti ha lasciato l’esperienza di Sanremo?

Sicuramente un’esperienza forte, una grande soddisfazione aver vinto un premio del testo con una canzone come Eden, una grande soddisfazione l’anno prima nel 2019 aver avuto la possibilità di andare con Daniele Silvestri e fare anche il terzetto con Manuel Agnelli.

Sono entrambi anni importanti perché sono salito su un palco che non avrei mai pensato di calcare e poi fondamentalmente ho visto come questo messaggio può arrivare ad essere capito anche da una dimensione apparentemente lontana come Sanremo.

Nel momento in cui tu sei sei te stesso e capisci che il contenuto è anche il contenitore, dipende da come il contenuto si racconta.

Ho avuto la soddisfazione di poter comunque tornare a casa con un premio, che poi alla fine è un qualcosa di concreto che porti come specchio di quello che tu hai fatto. Con una canzone come Eden, con quella complessità, in quel contesto è sicuramente una cosa che non ho messo mai in secondo piano e non ho mai dato per scontato.

Quindi sì, come in tutte le esperienze ne torno arricchito e anche più consapevole sia dei lati chiari che scuri.

Pensi che abbia aiutato a rendere la tua scrittura ermetica più assimilabile da un grande pubblico?

No, non credo. Comunque non segue nessun tipo di regola; di solito i dischi escono dopo Sanremo invece questo è un disco uscito un sacco dopo che comunque ha un pezzo di Sanremo dentro, quindi c’è proprio tutto un controsenso.

È un disco che è uscito fuori naturalmente così, se noti un cambiamento musicale e anche vocale è perché proprio io sono più grande, non potevo fare una cosa uguale a quella del disco prima. Da una parte mi sarei anche annoiato io, quindi giusto cambiare, giusto sempre evolversi.

Questo disco si chiama Xenoverso, quindi universo straniero; è giusto entrare in universi stranieri anche dal punto di vista sonoro e anche dal punto di vista degli argomenti altrimenti sarebbe universo e basta.

Per essere veramente straniero devo mettermi in gioco, entrare in luoghi in cui non ero mai entrato.

Potremmo dire che il tuo modo di fare la musica è effettivamente cambiato ma non è stato Sanremo che ti ha fatto realizzare qualcosa…

Io sono andato a Sanremo dopo veramente tanto, il mio primo disco è uscito che avevo 16 anni, insomma, la mia identità musicale era già chiara.

Non è tanto Sanremo, quanto la canzone che ho portato; Eden era su una produzione di Dardust col quale abbiamo lavorato anche poi, oppure la canzone Argento Vivo era con Daniele Silvestri. Musicalmente sono state delle esperienze forti, belle, che mi hanno dato tanto. Ho cercato di portare con me il più possibile, però fondamentalmente le evoluzioni poi sono naturali, se sono troppo ragionate diventano un po’ fini a sé stesse.

Tarek Ti ringrazio, io ho esaurito le mie domande. Se c’è qualcosa che volessi aggiungere, magari abbiamo saltato qualcosa…

Abbiamo già detto svariate cose, il tour è stato lanciato; finalmente porteremo sul palco quest’estate anche questo racconto, come ti dicevo all’inizio dell’intervista ogni occasione è buona per parlare e dire altre cose che magari non sono ancora state dette, essendo veramente tante le cose si potrebbe non finire mai.

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