La visione d’insieme è fondamentale: intervista a Don Joe

Ho avuto il piacere di fare una bella chiacchierata con il maestro Don Joe a proposito di beatmaking e beatmaker oggi e di quanto sia fondamentale avere una visione d’insieme, dentro e fuori la musica. Trovi tutto nell’intervista!

Avrei potuto chiacchierare per ore, c’è così tanto su cui confrontarsi quando si tratta di una intervista a Don Joe, un’istituzione del beatmaking e del rap italiano. Quasi 20 anni di carriera nella quale, lo ripete spesso, la visione d’insieme e quella sul lungo periodo sono fondamentali e si rivelano sempre decisive.

Quanto conta la visione d'insieme nella musica? Intervista a Don Joe

Dischi e singoli, in veste solista o con i Club Dogo, il percorso musicale di Don Joe è denso di successi ma con tanto sacrificio e tanto lavoro dietro le quinte ma anche e soprattutto confronto. Perché il confronto aiuta a crescere e migliorarsi.

Parto dalle sue ultime release, quelle con Willie Peyote, Shaggy, Madame e Dani Faiv, solo gli ultimi dei tantissimi artisti che hanno prestato la loro voce alle produzioni di Don Joe. Parto da qui, dall’incontro di personalità musicali diverse con le quali ha saputo confezionare singoli che funzionano e che spingono sulla viralità.

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Qual è secondo te l’aspetto decisivo nell’accostare artisti diversi in brani che funzionano?

Parto da un punto importantissimo: la musica non ha assolutamente confini, né di distanza, né di genere, né di popolarità. Nel caso di Algoritmo, infatti, ho accostato due artisti con percorsi molto diversi in questo senso. La collaborazione non solo è nata in modo del tutto spontaneo, ma è stata tra le più veloci che abbia mai realizzato, considerando la caratura dell’artista giamaicano.

Se ci pensi, all’estero è tutto diverso, mentre in Italia non abbiamo ancora la mentalità per lavorare in quel modo. Il motivo è semplice: siamo sempre in ritardo, su tutto. Dalla musica alla moda, ad esempio, che subiscono fortemente la tradizione italiana e pertanto fanno fatica ad assimilare la novità. Persino a Milano, che sulla carta dovrebbe essere il polo più importante per le tendenze che arrivano da fuori, percepisco ancora questa chiusura.

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Lento di Boro Boro e Mambolosco e, appunto, la recentissima Spaccato sono diventate virali anche grazie a TikTok. Cosa serve a una hit per diventare virale su questa piattaforma?

Di sicuro serve avere un brano di una certa dinamica e di un certo ritmo, magari unito ad uno slogan facilmente emulabile, che sia attraverso balletti o altro. Spaccato, ad esempio, è nata per permettere agli utenti di mostrare le proprie skills: c’è chi lo ha fatto con palleggi e tricks sul campetto, chi camminando sui muri e chi, naturalmente, ballando e dando sfogo alla creatività.

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…è tiktok al servizio della musica o sempre più la musica al servizio delle piattaforme e social di oggi?

Per il momento vedo questo social come un canale per rendere virale un brano, stop. C’è anche da dire, tornando al discorso iniziale, che in Italia siamo ancora alle prime armi e stiamo capendo come poterlo utilizzare. Dal mio punto di vista è stato uno spazio che ci ha permesso di diffondere una challenge, che ha di conseguenza aiutato a spingere il brano anche su altre piattaforme.

Riflettendoci, potrebbe potenzialmente essere anche un ottimo veicolo pubblicitario per chiunque. Se ci pensi, oggi la TV serve a ben poco da quel punto di vista, essendo il target di clienti quasi completamente online. Credo che TikTok possa prendere il posto di Instagram, che a livello di contenuti e di utenza media si sta un po’ appiattendo, mentre qui alla fine si ascolta musica, ci si diverte e si stacca un po’ dagli impegni. Il tutto senza avere chissà quali pretese.

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Come si è evoluto il tuo modo di produrre in questi anni?

Con l’evoluzione musicale mi sono fatto influenzare da generi e suoni diversi, mantenendo comunque un occhio sul presente. Algoritmo, ad esempio, è sicuramente un brano pop, anche se presenta degli elementi riconducibili al mondo urban, come il tipico basso 808. Ho sempre cercato di rielaborare i miei riferimenti in una chiave che possa suonare bene in diversi contesti, che sia in radio, in un club o in un semplice ascolto casalingo.

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È importante per un beatmaker oggi essere autonomo anche in mixaggio e master delle proprie produzioni?

Parto dal presupposto che il mastering funziona se ho già un buon mix di base. Quest’ultimo, se fatto bene, è in grado di portarti a casa almeno un 70% del brano. Sicuramente avere un’infarinatura sull’argomento aiuta, soprattutto per rendere riconoscibile la produzione. Con i centinaia di tutorial presenti su internet, al giorno d’oggi è facile apprendere certe tecniche, la differenza sta nel come le si applicano. Ad esempio, nella trap è molto presente la distorsione. Quindi personalizzare questa tecnica serve per risultare originale e distinguersi dalla marea di producer che suonano tutti uguali.

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Tornando alla visione d’insieme, spesso i nuovi producer sono ragazzi che si chiudono in studio a fare basi tutto il giorno. Di conseguenza non hanno un approccio dal punto di vista del business e di come muoversi una volta che tutto ciò può trasformarsi in una professione.

Dal punto di vista più tecnico e musicale, non ho problemi a dire che a volte sono più loro che insegnano me. Le nuove generazioni sono sul pezzo, capiscono cosa sta succedendo intorno e uniscono tutto alla freschezza che riversano nelle strumentali.

In generale, dove c’è squadra i risultati sono migliori. A volte cerco di buttare giù idee e poi  confrontarmi coi ragazzi, ma l’input può benissimo arrivare anche da un’altra testa ed essere poi sviluppata insieme.

Le hit mondiali sono spesso e volentieri frutto di un team composto da tante persone, fatevene una ragione. Da noi si tende ancora a giudicare se un brano ha visto la partecipazione di più autori o produttori, altro aspetto sul quale dimostriamo di avere ancora da crescere.

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Nel libro (Il Tocco di Mida, ndr) dici di evitare type beat e sound like perché fa tanto catena di montaggio. Eppure oggi sembra che basti una strofa su un type beat per portare a casa un contratto in major…

In parte hai ragione, mi rendo conto che l’exploit può capitare veramente a tutti. Dico di evitare i type beat non perché siano fatti male, anzi. Mi è anche capitato di contattare alcuni di questi produttori per lavorarci insieme. La differenza è che si può prendere spunto, però non bisogna limitarsi solo a quello. 

Attenzione, non c’è hating per chi li usa e magari esplode grazie a questi, mi fa piacere. Ma io ho sempre cercato di mantenere un’integrità di pensiero che semplicemente valorizza ancora il percorso che un artista deve fare per affermarsi e, soprattutto, essere ricordato nel tempo.

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Possiamo definitivamente affermare che l’Italia ormai non abbia più niente da invidiare agli States?

Al momento mi sento di dire di no. Alla fine il sound è omogeneo, arriva dallo stesso software, poi in USA viene magari trattato diversamente, ma siamo competitivi perchè in Italia il livello è molto alto. Non siamo secondi a nessuno.

Cosa c’è nella visione di Don Joe nei prossimi anni dopo tutte le soddisfazioni che puoi esserti tolto con la musica?

Nel futuro vorrò conservare il livello di passione per quello che faccio e per la musica in generale. Sembra scontato dopo tutti questi anni, ma io sono ancora mosso dal piacere di fare musica e di realizzare cose che possano restare. 

Indipendentemente dal successo che un brano possa avere, vorrei essere ricordato per lavori di qualità che generano discussioni positive. Questo è stato un po’ anche il segreto dei Club Dogo che ci ha reso soddisfatti. Sono convinto che se si vuole avere una carriera bisogna studiare, lavorare sodo e pensare più alla musica che alla prossima scarpa da comprare.

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Quanto conta la visione d’insieme?

Questo è il riassunto dell’intervista a Don Joe. Il comune denominatore nel nostro botta e risposta è senza dubbio la visione d’insieme, ovvero la capacità di sapersi guardare attorno, cogliere dettagli che all’apparenza possono sembrare irrilevanti ma che si rivelano più importanti che mai. 

Concentrarsi è importante, ma lo è anche non porsi mai limiti e ponderare ogni mossa in previsione sul breve, medio e lungo periodo. Il cammino è sempre lungo e denso di insidie.

Dalla provincia di Varese, un appassionato di Rap ed Elettronica. A metà tra street credibility e club culture, scrivo di musica con la stessa passione con cui Ozzy Osborne sceglie i suoi cereali preferiti.

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