Quest’anno Olly ha visto il suo exploit definitivo: l’abbiamo visto tutti al Festival di Sanremo, superando le selezioni di Sanremo Giovani, ma dietro il suo percorso c’è molto di più.
Una tappa dietro l’altra in un tragitto che l’ha portato da Genova al palco più importante della musica italiana passando da Torino e Milano, in un viaggio condiviso con il produttore JVLI.
Il tutto facendosi ambasciatori di un nuovo pop che mette al primo posto l’autenticità.
In occasione del suo live del 1 luglio al Flowers Festival di Collegno (TO), ho scambiato due chiacchiere a cuore aperto con lui, parlando del suo viaggio, della sua concezione della musica, di salute mentale e tanto altro.
Prendi posto e preparati a farti un giro nella nostra chiacchierata.
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Stasera salirai sul palco del Flowers Festival, è la prima data a Torino?
Sì, è la prima data a Torino. Tra l’altro è una città a cui sono molto legato.
Come mai?
Ho iniziato a fare musica con JVLI vicino Nichelino, perché aveva lo studio con Oliver Green, quindi sono salito qui da Genova, senza avere le idee tanto chiare su cosa fare. Ho conosciuto subito JVLI e abbiamo fatto 3 pezzi in 2 giorni, è stato amore a prima vista. Io Sono EP e gran parte della scaletta è nata qua vicino, quindi è un onore per me suonare qua.

Come approcci la dimensione live?
È la parte che preferisco, nel senso che a livello tecnico tendiamo a riarrangiare i brani apposta per il live, hanno quella dimensione in più. Ci sono delle cure particolari, dei remix, delle intro e outro, è molto diverso dallo standard. Poi non ho la pretesa di dire che sia meglio, a me piace tantissimo, è figlio mio, di JVLI, di Pier (Pierfrancesco Pasini, ndr). Inoltre a livello affettivo è l’evoluzione della musica, nel senso che noi la portiamo in un modo ibrido, mischiando tutta la sequenza audio (cassa, basso ecc.) unita al suono live della chitarra di JVLI, delle tastiere/pluck/synth di Pier.
Ma nel momento in cui producete in studio già andate ad immaginarvi la musica per la resa live?
Sì, soprattutto ora che stiamo lavorando alla musica nuova e facendo concerti ci rendiamo conto di quali siano le cose più forti in un determinato momento del brano. Il metro di paragone sono le braccia alzate. Quando vedi quelle braccia ti rendi conto che è la frase giusta urlata al momento giusto.
Ormai è passato qualche mese dall’uscita della repack “Gira, Il Mondo Gira”. Che cosa hai imparato dall’uscita di questo progetto, come è cambiata la percezione della tua musica?
Sento di scrivere meglio, e quindi non solo diversamente, come è normale che sia. Sento di aver trovato qualcosa di nuovo e di volermi esplorare ancora. Allo stesso tempo molto umilmente sento di non dover salvare vite. Perché spesso quando vengono fatte domande a noi artisti si cerca il senso viscerale di ciò che scriviamo, ma alla fine tante cose sono semplicemente voglia di fare e dire una determinata cosa, senza troppe dietrologie. Da Io Sono EP a Gira, Il Mondo Gira non ho mai fatto nulla a tavolino, è stato tutto spontaneo.
Le collaborazioni sono un mezzo molto utile per raggiungere maggiore pubblico e vengono spesso usate, al di là del valore artistico, a questo scopo. Nel disco non ci sono feat, se non il RMX con Lorella: come mai questa scelta?
È vero, se si escludono i remix con Lorella Cuccarini e Arisa gli unici featuring che ho fatto finora sono stati con i miei amici, gente che conosco personalmente. Ultimamente ci sono tantissimi featuring da ascoltare, ed è una cosa bella, perché grazie a queste contaminazioni si uniscono spesso due o più linguaggi musicali anche diversi tra loro.
Le collaborazioni sono belle quando sono spontanee: se ci pensi quelle migliori si trovano nel rap, perché è un approccio particolare alla musica (io vengo proprio da quello infatti). Io in questo momento preferisco fare diversamente, la musica che sto creando in questo periodo della mia vita necessita di un rapporto profondo prima di essere condivisa.
Nella deluxe Gira, il mondo gira i nuovi brani sono inseriti in mezzo a quelli già usciti. Che idea c’è dietro questa scelta di tracklist?
La prima tracklist dell’EP aveva tutto un suo motivo, dall’inizio alla fine. La tracklist della repack pure, abbiamo aggiunto anche i remix e Tutto con te, ad essere totalmente onesto non so neanche a che punto siano del disco. L’ordine è più o meno lo stesso, perché c’è tutta una narrativa dietro che non ha neanche troppo senso spiegare in quanto non nemmeno così chiara a me. Si tratta di un sentimento.
Tolto Canto alla luna, che mi ricordo perfettamente essere l’ultima traccia dell’EP perché è stata una delle prime che abbiamo fatto. Una vita, invece, che è l’ultima, è la prima nell’EP.
Canto alla luna è un brano che di per sé non c’entra niente come sonorità con il resto, però è una delle poche demo, forse l’unica, che è rimasta viva dalle prime tracce che ho fatto con JVLI, ci siamo molto affezionati. Ci sono poi tantissime tracce che sono state scartate e che magari rinasceranno, chi lo sa.
Olly, JVLI – Canto alla luna
Tu e JVLI avete messo la bandierina su un sound preciso, un nuovo pop con marcate influenze elettroniche. Secondo te cosa manca alla musica italiana per diventare internazionale?
Ti vorrei dire la lingua, ma è una cazzata perché un tempo gli italiani erano tra i più ascoltati, soprattutto oltreoceano. Secondo me in questo momento manca l’inventiva, tendiamo tanto a omologarci e a copiare, ad andare intorno a quello che sentiamo. Il fatto è che a copiare non c’è nulla di male nel momento in cui la si intende come contaminazione. La copia e basta c’è già.
Pensa a Rosalìa: è una musica del suo paese, ma moderna.
L’Italia è un paese con una fortissima tradizione musicale, dobbiamo ripartire da quello.
Guardare al passato è sempre la cosa più giusta, per portare poi ad oggi quello che c’era ieri. Ho visto recentemente un’intervista di Cremonini da Gazzoli che diceva che alla fine la forza sta nell’andare dritti per la propria strada nonostante a volte ti venga naturale non farlo perché funziona qualcos’altro.
Me ne sono reso conto anch’io, perché nel momento in cui mi sono lasciato andare, guidato anche da JVLI, ho abbandonato un certo modo di fare musica, che mi piaceva ma non mi permetteva di esprimermi al meglio. Ho capito di rendere meglio su altre cose, e quindi ho abbandonato un pochino un modo di fare che comunque è ancora dentro di me.
Ad esempio, sui miei brani c’è ancora qualcuno che mi definisce un rapper. Perché?
Perché banalmente dico tante parole in una strofa. Io non mi sento un rapper perché ho troppo rispetto della categoria per sentirmi tale, ma mi sento di appartenere a quel mondo. Ascolto comunque tantissimo rap, sono nato con il rap. Però sarà per la mia “r”, sarà per i problemi di dizione, ma rendo meglio su robe più distese e mi piace anche di più farlo ai concerti.
Poi ovvio, quando ho sentito la seconda strofa di Paranoie ai Magazzini Generali cantata perfettamente dalla gente a memoria è stata un’emozione incredibile. Un conto è ricordarsi 4 frasi, un altro è ricordarsi 500 parole.
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E che potenzialità potrebbe avere la musica elettronica Made in Italy?
La musica elettronica parla la lingua di tutti. Ora, io devo essere onesto, non sono aggiornatissimo sui dj, però ho notato una cosa: il basso in levare, una delle reference del nostro sound, ha tra i pionieri Gigi D’Agostino, e mi sono accorto che Calvin Harris ha fatto uscire un pezzo che ha dei rimandi al passato e a quello stile (Miracle ft. Ellie Goulding, ndr). Esempio di come alle volte si debba tornare indietro per essere più avanti degli altri. Poi, ripeto, non vado a ballare e non sono molto ferrato sul mondo dance, ci scrivo solamente su perché mi permette di essere più leggero quando dico le cose che mi fanno essere triste tutti i giorni.
Però ti dico che, come dico ne L’anima balla, vorrei sentire le sensazioni di chi sta male non su un pianoforte distorto ma sulla cassa dritta. E in tanti lo stanno capendo.
Ricevo dei messaggi in cui mi si dice “non è possibile, stavo piangendo mentre ascoltavo L’anima balla.” Se ci pensi è un po’ il viaggio di I’m Blue degli Eiffel 65, un senso profondo, triste ma reso su sonorità up.
Una cosa che dico sempre ora è che non biasimo chi si ferma al primo ascolto, perché siamo in un periodo storico in cui c’è tantissima musica, troppi input, troppe informazioni, e quindi anche se vuoi non riesci ad andare a fondo. Escono 4 dischi al giorno che vorrei sentire, e poi alla fine non ne sento neanche uno. Oggi c’è tanta gente che ci prova, e magari in tanti non ce la fanno ma hanno le capacità. Io non so se ce la farò, però cazzo, sento di avere ‘sta fame. E te lo dice uno che nella sua vita non ne ha mai avuta, non ho mai avuto bisogno di avere fame, sono stato un ragazzo molto fortunato per la vita che ho avuto, la famiglia che ho avuto, non mi è mai mancato nulla, soprattutto a livello affettivo.
Il problema è la gente che lo fa solamente perché deve. Lì si capisce che non ha nessun tipo di idea, lo sta facendo e basta. Da una parte è bello perché serve sempre fare, dall’altra siamo pieni di personaggi pseudo “famosi” che non raccontano nulla. Oggi la fama è molto relativa ed effimera, ragion per cui ho voluto continuare a studiare, ho preso una laurea e ho provato a fare più cose nella mia vita finché ho detto “basta, questo è quello che voglio fare”.
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Il mondo discografico orbita soprattutto attorno a Milano, centro nevralgico dell’industria musicale, per cui tanti artisti si spostano lì. Non hai timore che un posto diverso possa ispirarti in modo diverso?
Milano ti dà un qualcosa di diverso, però alla fine quello che ho realizzato è che non è tanto dove sei, ma con chi sei e come sei, nello spazio in cui sei. Se riesco a creare quell’atmosfera qua dentro scrivo un pezzo.
L’altro giorno ero in van, arrivati a Sassuolo per una data e mentre montavano tutto per il soundcheck ho scritto una strofa per un featuring che uscirà più avanti. Quindi l’ispirazione è fondamentale, ma più che quella è importante la libertà mentale. Io dico sempre che quando riesco a scrivere è perché sono riuscito a fottere il mio cervello e non pensare a nulla, perché è come se avessi la mente come un foglio bianco.
E poi sarò un pessimista tristone, ma se non avessi la musica non so cosa mi renderebbe felice. E questa credo sia una cosa generazionale. Non voglio fare i discorsi da santone, però siamo sempre attaccati a ‘sti telefoni. Me ne rendo conto io per primo, appena ho un momento dove non devo fare niente prendo il telefono. Così il cervello non si ferma mai, e io ho la sensazione che prima o poi imploderà, stiamo sempre andando più verso una società “Black Mirror”.
Il tema salute mentale in Italia è profondamente sottovalutato, ma ultimamente si comincia a parlarne sempre di più. Nel mondo discografico c’è attenzione su questo tema?
No, te lo dico per certo. E credo ce ne sarebbe tanto bisogno. Fosse per me, inserirei un budget psicologo. Io ci andavo da piccolo, poi ho smesso perché stavo bene. Che magari è anche così, però voglio andare fino in fondo. Servirebbe in un ambiente così, ma la verità è che uno psicologo serio e competente costa troppo. Non è abbordabile per tutti, è questa cosa è grave.
Ci hanno un po’ provato adesso con il bonus psicologo
Il fatto è che non essendo una cosa curabile con una medicina (o meglio, anche, ma è un discorso molto ampio e che non ha senso fare) si tratta di andare a capire la causa del dolore, invece che andare a tapparlo. Però paradossalmente non è visto come un bene primario, e in un paese dove si pagano le tasse per avere la sanità non rientra tra le priorità, e questo è un peccato.
Poi ci sono delle patologie che non sono facilmente incasellabili, e quindi c’è
bisogno di un’attenzione particolare
Assolutamente. Guarda, mi becchi proprio nei giorni in cui ci sto pensando maggiormente, devo tornare dallo psicologo.
Sanremo è una grandissima occasione. Mettendo da parte tutti i vantaggi, tu nel tuo percorso ti sei costruito le tappe passo passo e il Festival è stato una conseguenza. Come hai vissuto la sovraesposizione che ti ha portato?
Da una parte l’ho sentito molto meritocratico. O meglio, è comunque un’esperienza gigante, è l’Olimpo ma non sei nell’Olimpo, però il fatto che ci sia un sistema che mi permette di farlo senza sentire che nessuno me l’abbia regalato mi fa sentire bene. Sono passato da delle selezioni, da dei provini ecc. e alla fine ci siamo arrivati.
La sovraesposizione c’è, ma credo sia un problema solo per il telefono. Tante persone che ti scrivono, tanti indicatori a cui fai caso e rischi di starci troppo dietro. Io devo dire che per le mie aspettative me la sono vissuta abbastanza bene, non mi ha messo troppa presa male, sono sereno, ho sempre fatto il mio.
I numeri come dato oggettivo hanno un peso massiccio nella trattazione della musica in Italia, spesso a discapito dell’approfondimento artistico. Come vivi l’importanza che viene data al fare numeri?
Io mi auguro che la gente inizi a rendersi conto che il flex ha rotto il cazzo. Cioè basta, è musica, non salviamo vite. Io capisco chi è in balia dei numeri perché deve capirli ed è difficile concentrarsi su un qualcosa di artistico quando ci sono solo numeri e basta. Ci sono tanti artisti che hanno una vibe, che non è un messaggio, e allora ti soffermi su quella. Io li vedo i numeri, sia i miei sia quelli degli altri, ed è una cosa che a volte ti manda in sbatti e a volte ti fa sentire un grande, ma allo stesso tempo trovo ci siano cose molto più importanti.
Te la riassumo così: il mio brano estivo, Tutto con te, sta andando bene a numeri e nonostante ne abbia molti meno di tante hit più inserite, per me è uno dei brani più belli di quest’estate. E ti assicuro che da me non sentirai mai farmi complimenti da solo, sono una persona molto oggettiva e umile, quindi a me i numeri interessano ma mi interessa più la mia soddisfazione. Quando lo sento in radio mi piglio proprio bene, son felice di averlo fatto.
Ultima domanda: cosa vorresti arrivare a vivere per sentirti soddisfatto?
Ti direi serenità, ma vuol dire tutto e niente. Vorrei sentire una sensazione di serenità, ma mi sto rendendo conto che probabilmente non la sentirò mai perché sono fatto così. Avrò sempre qualcosa che mi piglia male e che devo vincere per sentirmi vivo. Quello che vorrei arrivare a ottenere in modo più tangibile è il successo personale, avere la possibilità di lavorare con gente che scelgo io, con i miei amici, avere una famiglia nel momento giusto, con la persona giusta. Penso lontanamente di avere una visione romantica del futuro, però per ora mi voglio godere il viaggio con tutti i problemi che ci saranno, perché sarà sicuramente un processo lungo.
Conclusioni
A fine intervista, Olly si prepara con JVLI per infiammare il palco del Flowers Festival. Dal vivo, il risultato rispetta appieno le aspettative: il concerto è LA festa, un inno alla vita, un momento in cui tutti possono ballare e cantare a squarciagola i brani tra il dinamismo delle produzioni e l’intensità dei testi.
Il mondo gira, scegli tu se vuoi stopparlo
Olly, JVLI – Una vita
Io ho deciso di imitarlo
E se penso a quando l’ho fatto
Credo che lo rifarei
