Scritto nelle stelle: intervista a Ghemon

Ho intervistato Ghemon in occasione dell’uscita del suo nuovo disco Scritto nelle stelle.

L’ho detto anche a lui, è difficile parlare del suo lavoro senza tirare in mezzo Gianluca. Tanto che alla prima stesura sembrava più una seduta psicologica che un’intervista.

Foto di copertina a cura di Andrea Nose Barchi

Alla fine, è stata una bella chiacchierata con un artista che ci mette dentro tutto se’ stesso da quando ha iniziato e non ha affatto paura di parlare di come si sente. 

Pochi artisti hanno rilasciato un nuovo album in questo periodo di pandemia. Che messaggio vuoi dare? 

Il messaggio dietro a questa scelta è: quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare. Non mi manca il coraggio ogni volta che devo scendere in campo quando c’è una situazione difficile.

Lo è stato anche per il disco precedente, uscito in periodo di forte depressione, in cui non mi sono fermato, ho scritto un libro e fatto due anni di tour. La musica serve a reagire e, se vuoi, lo stesso è successo per questo disco. 

Inoltre, i miei fan mi hanno fatto capire che per loro la mia musica era una cosa veramente importante, che avrebbe cambiato loro anche le giornate, aiutandoli e facendogli compagnia. Quindi, direi, prima di tutto l’ho fatto per loro e non per una mera questione di tempo, nè per vendere quattro dischi in più.

Il video di Buona Stella è stato realizzato proprio tra le mura di casa nei primi giorni di marzo. Mi racconti qualcosa in più?

Diciamo che sono tipo uno scarafaggio, ogni volta che mi trovo in situazioni impervie mi adatto. Ad un certo punto avevamo deciso di spostare l’uscita del disco, ma nello stesso tempo non volevamo rimanere con le mani in mano. Vero è che il disco è stato spostato al 24 aprile, prima di tutto, per una scelta di responsabilità anche perché era stupido richiedere attenzioni alla gente che era occupata con una cosa ben più grande. 

In quel momento, però, abbiamo pensato di far uscire un pezzo che parlasse in modo positivo e ridesse del fatto che la vita è piena di ostacoli, Buona Stella. Poi ci siamo anche detti che avremmo voluto accompagnarla ad un video, da qui il passo è stato molto breve. E’ bastato inviare un messaggio nei gruppi di whatsapp della band, degli amici di infanzia e di quello che ho con gli otto o nove fan che mi seguono da talmente tanto tempo che alla fine abbiamo addirittura fatto un gruppo. E’ quindi stato facile, ho chiamato tutti alle armi e loro si sono fatti trovare pronti. 

Al di là del fatto che abbiamo corso per arrivare primi su una cosa che poi hanno fatto anche tanti altri, sono contento perché è venuta una cosa molto divertente per chi la vedeva ma anche per chi l’ha fatto.

Ho coinvolto le persone a cui voglio bene, ho dato loro un motivo per occupare un po’ di tempo in un periodo di merda. Un win-win, insomma. 

La prima traccia del disco Questioni di Principio suona come una premessa. Quali sono le tue intenzioni? 

Bella domanda, anzitutto devo dire che sono sempre molto attento alle tracce di apertura e di chiusura di un disco. All’inizio di un discorso non è che sempre devi mettere un singolo o il pezzo che fa più rumore.

Questioni di Principio infatti non fa rumore, è un pezzo molto morbido ma è chiaro invece quello che dico: volevo far capire che alla fine sono arrivato al sesto disco. Tra l’altro li ho contati e, in realtà,  in 13 anni conto 11 progetti discografici: 6 album, 3 bit e 2 mixtape. 

Volevo ridire che nonostante le cose che sono capitate durante la mia carriera (ad esempio Sanremo) credo un sacco nella coerenza e credo che sia questo a permettermi di avere una carriera lunga. 

Questioni di Principio, quindi, sta lì per dire come la penso io e, dall’altro lato, sta lì anche per dire a chi si trova davanti ad un bivio di non mollare e andare avanti con coerenza. 

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Champagne è forse la traccia più incazzata. Racconti di errori, dolore e ammissione. Ormai questa cosa dell’uomo che soffre e possa raccontarlo si sta sdoganando sempre di più. Pensi che il concetto di virilità nel rap sia cambiato?

Sì, ho iniziato molto presto a levare di mezzo la mascolinità tossica e per questo nell’ambito del rap mi sono preso nel tempo anche appellativi e insulti che dimostravano proprio che, come comunità, eravamo molto indietro. 

Se ascolti Ancora del mio primo disco o Proposito Di Inizio Anno del secondo è chiaro che stavo soffrendo per amore. Mi sono levato la maschera della virilità molto presto perché sapevo che quello che mi interessava era dire come stavo, la musica mi serviva a quello. 

All’epoca, ma anche dopo, questo è stato visto come un atteggiamento troppo soft in nome di chissà che cosa. Forse in nome del fatto che uno che fa rap debba mantenere per forza un costume da supereroe e dieci odalische nel suo harem

La cosa si è evoluta nel mondo della musica e sono contento, ma non è ancora dove dovrebbe essere. 

Champagne però non è un pezzo incazzato, è un pezzo tenace. Non c’è più rabbia, è un saluto ad una sensazione di rabbia che mi aveva accompagnato. Quando stai bene con una persona e questa decide all’improvviso che la relazione debba finire e tu non ti ci puoi opporre in alcun modo, ti incazzi e ci stai male. Poi, inizi ad avercela con quella persona, perché quella rabbia ti serve per allontanarti dalla tua delusione

Infine arriva un altro momento ancora, non sempre arriva, ma è quello di cui parla il pezzo Champagne: tiri un respiro di sollievo e pensi ok è andata così e meno male che è andata così altrimenti mi sarei perso un sacco di cose. 

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Io e te e Un vero miracolo sono vere dichiarazioni d’amore e di accettazione. Quindi è questo che bisogna cercare nell’amore, un vero amico?

Sì, è proprio così. É scientifico che la fase di innamoramento, soprattutto quando si è più piccoli, offuschi un pochino la vista. E’ come vedere certi aspetti dell’altra persona con una lente un po’ particolare e finisce che dopo un po’ di tempo queste lenti cambino e riesci a vedere la persona con cui stai per quella che è. 

Passa l’illusione e arriva la vita reale, quella in cui passi un sacco di tempo insieme ed è qui che ci si dimostra quanto si va d’accordo e se si apprezza anche i difetti dell’altra persona, proprio come fanno gli amici. 

Ho degli amici con cui sfioriamo i quarant’anni di amicizia, e a volte mi trovo a non condividere per un cazzo quello che pensano o come gestiscono la loro vita ma tutti questi anni di amicizia ti portano ad accettare l’altra persona per quella che è

E lo stesso vale per una relazione, per questo il parallelo che hai fatto è giusto. La persona deve essere anche un’amica, non solo una persona con cui ti confidi ma anche la persona a cui perdoni delle cose che non condividi perché la ami. 

Scritto Nelle Stelle – cover album

Nel disco precedente hai cercato di fare informazione su un tema molto delicato: la depressione. Con questo nuovo disco, invece, sostieni di tollerarla visto il sottofondo di positività. Si può arrivare a conviverci?

Ti direi una palla tremenda se ti dicessi che sono guarito. Molto spesso i media strumentalizzano e vogliono raccontarti che si può guarire. 

In realtà impari a convivere con questa cosa e non ti rovina la vita, ma anzi impari a godertela. Si può tenere a bada ed evitare che non torni più fuori; sviluppi degli strumenti che ti fanno rimettere questa cosa in un cassetto. 

Faccio sempre questo parallelismo. Se tu stai giocando a pallone e ti rompi una gamba, ti metti il gesso, fai riabilitazione e poi te lo togli. Ma nel momento in cui esci dall’ospedale, qualcuno ti darà la garanzia che non ti romperai mai più la gamba?  No, sei tu che devi stare attento a dove metti i piedi

Ecco, con la depressione è la stessa cosa, devi essere tu attento a imparare a non esagerare su certi comportamenti che sai che potrebbero farti del male. 

Ho letto una recensione del disco in cui mi dicevano che l’unica nota negativa che avevano trovato era che, anche nei pezzi più malinconici, c’era positività (come se fosse negativo). Mi fa ridere, perché anche se tutta la trap o l’indie italiano è un continuo flex di tutto, in realtà c’è sempre una dose di malinconia. E’ come se la musica in questo momento dovesse avere per forza un lato malinconico, io sono felice della mia vita sgangherata e lo esprimo così.   

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Agli albori di questo tuo percorso avresti mai pensato di buttarci dentro letteralmente te stesso? Quando ti sei reso conto che non avresti potuto fare niente di diverso?

Presto, molto presto. Vengo da una famiglia normalissima e come tale tende ad avere una sorta di protezione verso l’apparenza. Della serie: i panni si lavano in famiglia, le cose negative si tengono a casa e fuori fai vedere che tutto va bene. 

Lo stesso mi è successo nei primi anni in cui ho iniziato a fare rap, diciamo i primi 5 o 6 anni. Ho iniziato nel 95’, ho fatto il primo demo nel 2000 ma poi il mio primo EP è uscito nel 2005. 

Quindi ho maturato per dieci anni il fatto che non me ne fregava più niente di dire bugie: il rap era lo strumento per non inventarmi un personaggio. Sia il rap che l’educazione ricevuta mi mettevano addosso un’apparenza che io non volevo avere. 

Questo trend introspettivo che ti porti da sempre dietro in percentuale è più utile a te o ai tuoi fan? 

Ti parlo di quello che mi dicono, anche perché se faccio i dischi e mi complimento da solo di aver parlato dei cazzi miei senza sapere se a loro sia arrivato, non ha senso. 

I fan mi dicono che racconto di cose che vivono anche loro, e se è così allora ho fatto quello che volevo fare. 

Ciò significa che è molto utile a me, ma mi seguono persone che sono come me quindi leggiamo la vita in modi molto simili e arriviamo ad avere anche esperienze molto simili. Diventa quindi una bella discussione collettiva

(É un po’ come se ti prendessi un caffè con ognuno di loro…)

In qualche maniera sì, ed è molto bello.

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Nella trasformazione musicale che hai avuto mi colpisce in particolare il lavoro che hai fatto per “imparare a cantare”. Oggi sembra che tutto questo sforzo nell’approfondire il canto non sia più così necessario.
Ti manca mai rappare e basta? 

Ti posso dire no? Nessuno mi sta vietando di farlo, ma lo sto facendo nella misura che mi va. Quindi nei dischi ce lo metto quando sento l’esigenza di dare voce e sfogo al rap e non escludo di farlo per un disco intero o un EP. Se lo faccio è perché va a me e non perché sono stato costretto dai fan che hanno nostalgia. 

La stragrande maggioranza però nota tanto impegno e ha capito che per me era proprio un’esigenza. Quando qualcuno scrive che questa trasformazione è la soluzione commerciale per dare una svolta alla mia carriera, mi faccio una grande risata.  Se fosse stato così non mi sarei neanche impegnato così tanto perché c’è l’autotune e avrei fatto sicuramente molto prima. 

Ti garantisco che la carriera è una strada molto lunga e io voglio stare sul palco finchè non muoio. Le scorciatoie possono servire per accorciare un pochino di percorso ma la strada va percorsa tutta quindi meglio essere preparati. Continuo a stare allenato, è un po’ una cosa da secchione ma la vedo così. 

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Conclusioni 

Scritto nelle stelle ha proprio l’aria di essere quell’appuntamento che hai con te stesso per fare il resoconto degli ostacoli che la vita ti ha messo davanti e brindare alla tua. 

Forse è per questo che in Scritto nelle stelle la presenza di Gianluca è più che mai così forte, a tratti ti sembra di sapere quasi troppo di lui. 

Se si è arrivati a dare un titolo così ad un album, vuol dire che si è ad uno snodo importante della propria carriera e anche della propria vita, dal momento in cui è così chiaro che l’una contamini l’altra. 

Chissà quanto lontano ti porterà questa stella, Gianluca.

Classe '91, meglio conosciuta come Margherotti. Per professione inoltro mail, nel tempo libero prendo la musica e la porto nei salotti. E ogni tanto scrivo che cosa penso.

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