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Interviste

Intervista a Enrico Rassu: togliere le etichette per essere se stessi

Intervista a Enrico Rassu, fondatore di No Ball Games: un dialogo sulla sua visione creativa, sul rifiuto delle etichette artistiche e sul valore degli spazi reali per esprimersi nelle arti visive contemporanee.

Intervista a Enrico Rassu: togliere le etichette per essere se stessi

Se vivi a Milano, probabilmente, negli ultimi anni avrai sentito parlare almeno una volta di No Ball Games, un concept di eventi con l’obiettivo di fornire uno spazio comune dove chiunque, senza alcuna etichetta addosso, è libero di esprimersi creativamente, o anche solo di esserci.

Il progetto nasce dalla mente del creativo Enrico Rassu, noto principalmente per i suoi lavori da curatore e artista visivo e per aver collaborato con numerosi artisti della scena hip-hop italiana, come Ernia, Nerissima Serpe, Fsk, Tredici Pietro

Proprio da questa continua etichetta per il suo lavoro, è nata la necessità di rivendicare se stesso come un individuo pieno, non rappresentato da una sola sfaccettatura.

Abbiamo avuto la possibilità di scambiare una piacevole chiacchierata con Enrico, che fa seguito ad una prima del 2022, che puoi recuperare qui (Enrico Rassu e la capacità di raccontare persone e realtà attraverso le arti visive.)

Scopri con noi il suo percorso di evoluzione negli ultimi 3 anni. Ci sei? Partiamo!

Ciao Enrico! Ci eravamo già sentiti nel 2022. Cosa è successo da allora? Come sei cambiato, sia a livello personale che professionale, in questi anni?

Ciao! Umanamente sono sempre alla ricerca di me stesso e scavo nelle mie passioni e nelle esperienze che vivo ogni giorno. Come tutti i giovani, sono un individuo in evoluzione. 

Lavorativamente parlando, invece, la più grande differenza dall’ultima chiacchierata che abbiamo avuto è stata comprendere l’importanza dello spazio fisico

La prima conversazione che avemmo si concentrò sulle mie fotografie agli artisti e le mie idee in relazione ad esse. Da quel momento in poi, il grande cambiamento è stato la voglia di fare mostre, eventi e concepire gli spazi sotto un punto di vista nuovo

Ho sentito questa necessità di non esistere solo su internet, ma con un luogo fisico e dare la possibilità agli altri di esistere, oltre che a me stesso. Da qui nasce l’idea del No Ball Games.

Prima di toccare il tasto No Ball Games, volevo scavare prima in te stesso. Sei conosciuto principalmente come fotografo, ma negli ultimi anni ti sei aperto a uno spettro creativo molto più ampio.
Chi è oggi Enrico Rassu e come descriveresti la tua figura artistica attuale?

Mi piace considerarmi un ricercatore d’arte, un appassionato di movimenti culturali, un curioso, un cercatore di tutto ciò che riguarda la musica, l’estetica ed il sociale. La fotografia, la videografia e gli eventi sono i mezzi che mi permettono di vederli e raccontarli. Non è semplice, a volte è un lavoro, altre volte ci tengo a farlo tornare una passione: danzo in bilico su questa barca tra le onde.

A tal proposito ho scritto questo libro, Don’t Call Me Fotografo, uscito a luglio 2025, che voleva essere una presa di posizione in relazione alle etichette, al pensiero che l’output di quello che facciamo non sia il nostro ruolo nella società, ma soltanto una parte dello spettro che ci portano a quell’output. 

Si dice spesso “lui è il fotografo di”, “lui è il produttore di”, “lui è il giornalista di”. Quella è sicuramente un’etichetta che ci aiuta a spiegare chi siamo, ma solamente in parte. E alle volte può essere davvero limitante. Viviamo in un mondo dove Instagram è un mezzo di lavoro formidabile, ma allo stesso tempo anche una grande gabbia identitaria, dove tutti ci vedono come una cosa sola

Non siamo solamente una cosa, bensì l’insieme di diverse: posso essere un fotografo, ma anche un videomaker o un organizzatore di eventi o un performer. Siamo tutti delle persone, ed il mio obiettivo è di slegare l’output dalla persona che sei

Come ci hai appena detto, Don’t Call Me Fotografo è stato il nome della tua ultima opera. Sei passato dal raccontare i processi artistici al dirigerli. Qual è la differenza sostanziale tra queste due attività. C’è stata differenza nel processo artistico?

Il mio lavoro nasce in realtà non come estensione ma come mia ricerca. Parte tutto dalla mia passione per il rap americano e italiano.

A 19 anni mi sono trasferito dalla Sardegna, dove feci già dei lavori, a Milano e non ero chiamato per lavorare, bensì ero io che andavo a fotografare, girare video e dare idee alle persone autonomamente. Ero contemporaneamente sia il creatore che il commissionante e quello che cercavo era la gloria, la fama, il divertimento ed esperienze da raccontare. 

Ad un certo punto sono diventato l’estensione e non è stato facile da un punto di vista personale. È stato un passaggio entusiasmante ma al contempo doloroso, in cui devi rendere conto delle aspettative che hanno gli altri su di te. Talvolta, ho notato che gli altri possono non vederti come artista o essere umano, senza cercare uno spunto da te, ma solamente come mezzo per celebrare loro stessi. 

Per approfondire la direzione creativa: Dentro i concerti di Marracash e Geolier: intervista a Ombra Design

E se il problema nascesse dai creativo stesso? I creativi devono avere per forza una visione, magari servono anche coloro  che lavorano solamente come commissionati?

Penso che le persone che si occupano del mondo delle arti visive oggi siano nate in un mondo già digitale, in cui vivi l’esperienza di fare belle foto e opere, ma il tuo ideale non ha uno spazio per vivere. Nel digitale sono tutti uguali. 

Anche nella musica, su Spotify una canzone può essere uguale ad un’altra. La vera differenza la si ha nella vita reale, quando vedi una persona che suona, il suo corpo che si muove. 

In Italia le arti visive non hanno un luogo come per la musica. A Milano ci sono numerosi festival e posti come il Santeria. Mentre per quanto riguarda altre arti, non ci sono spazi e se ci sono sono d’elite e non per tutti.

I media in questa dinamica diventano fondamentali. È il sistema intorno a noi che crea interesse e dà valore a qualcosa. Se ci pensi, è quello che è successo con i produttori con l’avvento della trap. Fino al 2016 non si era mai creato in Italia un grande interesse intorno alla figura del produttore, che passava sempre in secondo piano rispetto all’artista. 

Se il sistema parla di qualcosa, ne prende importanza.

Foto di Fernando Shaya

Per approfondire la figura del producer, leggi la nostra intervista a Sick Luke: “Non ci sono altri Sick Luke”: intervista sul nuovo album Dopamina

Hai collaborato con artisti di ogni tipo e livello, da realtà emergenti a nomi affermati come Club Dogo, Nerissima Serpe o J Balvin.
Com’è il tuo rapporto con gli artisti con cui lavori? Noti una differenza tra lavorare con “grandi” e “piccoli” artisti?

A me piace creare una connessione umana con le persone con cui collaboro. Questo mi da tanti doni dal punto di vista artistico, ma è possibile che, alla fine di un progetto, si porti avanti con difficoltà un rapporto dal punto vista umano.

Credo, infatti, che la grande differenza tra il lavorare con artisti più grandi, sia la fatica a mantenere vivo un rapporto umano nel tempo. Quando sei all’interno di un contesto che funziona, tutto diventa una macchina, che comporta il coinvolgimento di più persone ed intermediari. Il tutto diventa meno semplice e spontaneo. 

In Italia, fortunatamente, riesco a fare tutto a contatto diretto, contribuendo e portando la mia visione nei progetti senza troppi vincoli.

Il rap femminile in italia sta prendendo sempre più spazio: da Anna a Ele A, passando per nuove leve come Marte. Hai mai avuto la possibilità di lavorare ad un progetto con una rapper italiana o saresti interessato a seguirne uno?

Sì, ho collaborato con Francesca (Madame) per diversi shooting e progetti, tra cui una campagna pubblicitaria per Diadora e una per Off-White. L’ho fotografata anche a Parigi in occasione del suo album.

Nel 2019 ho inoltre lavorato al documentario e a diversi video musicali di IAMDDB, rapper e cantante angolano-portoghese attiva nel Regno Unito.

Per No Ball Games, invece, ho invitato varie artiste come Eva Bloo, Yaraki, Bithia, Giosas e Heresiana. L’ultimo lavoro di un’artista donna è stato con Jasley, con cui ho collaborato a uno shooting che raccontava attimi di vita della sua famiglia nel quartiere, in Via Padova, a Milano.

Le donne portano un’energia diversa, e questa cosa mi affascina molto. Allo stesso tempo, ho sempre avuto il timore di scivolare in qualcosa di puramente estetico, ed è una direzione che non mi interessa. Per quello ho collaborato con performer e musiciste con dei messaggi.

Oggi il mio obiettivo è che qualcuno venga da me con un’idea e mi chieda cosa ne penso e come la si possa sviluppare insieme.

Per approfondire rap, donne e cultura italiana: Rap, donne e cultura italiana.

Parliamo finalmente del No Ball Games. Lo hai definito un “sogno adolescenziale” e una jam che permette di far esprimere a tutti il proprio “inner child”. Raccontami la genesi del progetto e il suo concept.

No Ball Games nasce nel 2024 dal bisogno di ritornare alle origini, come visione e utilizzo dell’esperienza. Un luogo dove siamo tutti uguali e presi bene, in cui non esiste il singolo.

Il primo evento fu organizzato in una galleria, in cui esposi il mio archivio di polaroid scattate in tutti i miei anni di lavori e coinvolsi tre amici registi, Simone Peluso, Ivano Atzori e Olmo Parenti a cui chiesi di fare tre video, a modo loro e su quello che volevano. Feci la stessa cosa con i dj, lasciandoli suonare quello che volevano. Al piano di sotto, invece, producemmo per tre giorni un mixtape con Lvnar, a cui poteva partecipare chiunque volesse, con la libertà di dire ciò che volevano. Il tutto senza mettere nomi, senza puntare telecamere in faccia, senza output su instagram.

Ringrazio Greta Scarselli e Lvnar che hanno sempre partecipato e lavorato agli eventi dall’inizio e fanno parte della squadra e mi supportano nelle idee e i diversi collettivi e persone che hanno portato le loro energie nel progetto come Dante e tanti altri. 

Avevo fatto tanti eventi negli anni ma non avevo mai avuto il coraggio di farne uno mio senza associarmi ad un nome famoso. Il rischio così è di fare qualcosa solo associandosi a qualcosa che funziona, che è il meccanismo in cui ricadiamo tutti. 

Diciamo sempre “io voglio lavorare per quel brand”, “io voglio lavorare per quell’artista”. Questo ci da forza ma contemporaneamente ci limita perchè non ci si può vincolare a vita agli altri. Allora, ho preso coraggio e ci ho provato. 

Ho avuto la fortuna di avere Fujifilm come sponsor, la casa produttrice delle Instax che ho scattato negli anni, che mi ha supportato economicamente nella creazione del primo No Ball Games

Foto di Tony Magia

Per approfondire: Tutto sulla jam session: cos’è, storia e dove sono le migliori in Italia

Parliamo proprio della collaborazione. Con No Ball Games sei riuscito a collaborare con brand importanti come adidas e Timberland. Quando un’idea nasce in modo puro e indipendente, la collaborazione con un brand può rischiare di “sporcarla”?
Come riesci a preservare la genuinità?

In questi casi sono stato molto fortunato. Loro chiedevano proprio il No Ball Games, il suo spirito.

Ho avuto un campo d’azione più ristretto rispetto al solito, dovendo giustificare tutto quello che facevo, ma sono stato più o meno libero di portare le persone e il messaggio che volevo. 

Sono state collaborazioni mature e limpide, anche perchè metto subito in chiaro le modalità di lavoro, così da tutelare l’intero evento, che funziona proprio perché nasce da una determinata logica e visione. Avere, per esempio, dei buttafuori con liste o la necessità di registrare un numero specifico di contenuti, blocca tutto. 

Ho scelto, infatti, di non trasformare questo progetto in azienda e questo mi porta delle libertà che non avrei avuto al contrario. Non è facile, anzi è molto stressante, ma quando funziona è bello.

Finora hai raccontato sempre gli altri, ma No Ball Games sembra anche un modo per raccontare te stesso e celebrare la tua creatività.
È così? Pensi di raccontare anche te stesso insieme agli altri? Celebrarsi è un atto che può portare ulteriore ispirazione?

Noi oggi siamo abituati ad avere le persone sopra il palco e le persone sotto il palco. Le persone sopra il palco ci sembrano intoccabili e le persone sotto le idealizzano e le osannano. Tra loro c’è un incontro ma è solo attraverso l’arte, rimanendo separati in realtà.

Questa cosa a livello sociale ha portato un disastro di egocentrismo, individualismo e allontanamento rispetto agli altri. Prima si creavano le scene e ne usciva fuori un rappresentante perché spiccava, adesso tutti spiccano senza creare una scena. Manca un passaggio condiviso.

Questa comunicazione non reale ha portato ad una separazione di cui siamo tutti vittime. Ognuno alla fine dei conti ha interesse a fare il post sul proprio profilo Instagram, dove rappresenti solo te stesso, davanti a magari 1’000, 5’000, 10’000 persone. Rimani, però, un singolo individuo. 

Mi sono chiesto allora se esistesse un posto dove le persone fanno parte insieme di qualcosa, senza essere uno sopra e uno sotto. È difficile ragionare in una maniera diversa con gli strumenti di oggi. L’evento fisico ti fa rimanere un ricordo dell’esperienza, una vibe, una persona, degli oggetti, e alla fine dei conti quello è l’importante. 

Mi piace il concetto di creare uno spazio adolescenziale che, dall’altra parte, ha una maturità enorme. Senza queste realtà non esistono quelle micce, non esistono le scene. E le scene non esistono perché ognuno pensa al proprio reel su Instagram, perché dovrebbero preoccuparsi di creare uno spazio se basta fare un video su Instagram e ricevere tante visualizzazioni?

Quanto è importante l’autocelebrazione nell’ispirazione di un artista? scoprilo qui L’autocelebrazione è anche ispirazione

La fotografia serve a immortalare un momento. No Ball Games, però, è più una vibrazione, un’energia collettiva: credi che qualcosa del genere possa davvero essere “immortalato” se non lo si vive di persona? è un’esperienza ridotta?

Assolutamente. Parti dal presupposto che la fotografia è un rettangolo e non sai cosa c’è sotto, sopra, a destra e a sinistra. È una percezione, una porzione di realtà, è uno spazio microbo di realtà rispetto a tutto quello che c’è

Quando mi chiedono cos’è No Ball Games rispondo che deve essere vissuto. È uno spazio che si scopre assieme, qualcosa di ancestrale e tribale.

La fotografia mette davanti solo i protagonisti che sono stati fotografati ma non è così. Se domani Marracash mettesse non le sue foto sul palco ma quelle delle persone che cantano,  sarebbero loro i protagonisti. Tutto è una narrazione di ciò che viviamo è tutto una percezione.

Tutti si vogliono mettere al centro oggi e se non ci sei non sei nessuno. Tutti vogliono sentirsi speciali.

Foto di Alessandro Cibelli

Se vuoi scoprire altri movimenti urbani celebri nel mondo del rap, ti consigliamo questa lettura: Euro Social Gang: il quartiere tra maglie da calcio e rap

All’inizio abbiamo parlato del progetto Don’t call me fotografo, in cui non solo hai creato un’installazione con una raccolta di tuoi scatti, ma anche una serie di racconti. La scrittura può diventare un progetto ancor più centrale nel tuo futuro?

Non mi vedo scrittore, il libro è stato raccontato da me e poi messo giù da Greta, ma mi sono reso conto che mi piace fare freestyle, improvvisare con le parole, ma non ho mostrato questo lato su internet. In realtà fare questa cosa mi fa stare bene. 

Mi piace creare discussioni riguardo un argomento, la scrittura fa questo. Mi piace il gesto di parlare, non quello di scrivere per ore, per ora. 

L’ultimo progetto che ho  fatto è stato con Wuf Music e Corriere della Sera, dove sono l’host del format e ho intervistato diverse persone come Dardust, Sick Luke e ho curato assieme a Etan Genini il format.  Anche in questo caso i racconti e le parole erano il centro di tutto.

Ti lascio con quest’ultima domanda. Cosa c’è in serbo per il futuro?

Sai, mi piacerebbe leggere il mio libro su YouTube, magari ad episodi ma non come reel o shorts, voglio che le persone si immergano e non scrollino un contenuto come un altro. Mi piace vedere tutti i punti di vista.

*Spoiler* lo ha fatto: INTRO 

Grazie mille Enrico! È stato un piacere poter parlare con te del tuo percorso e della tua visione sul mondo delle arti visive.

Grazie a voi! Un saluto.

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