Ci vuole Coraggio per essere sé stessi: intervista a Carl Brave

Una chiacchierata con Carl Brave sul suo nuovo album, "Coraggio", per andare oltre all'univocità dell'anima artistica. Leggi l'intervista per conoscerlo un po' di più anche tu.

Il 9 Ottobre è uscito Coraggio, l’ultimo album di Carl Brave, all’anagrafe Carlo Luigi Coraggio. Un mix di generi diversi che collimano in un unico disco rendendone evidente la natura polimorfa, che altro non rappresenta se non l’anima stessa dell’artista in questione. E ciò si può notare fin dalle sue prime risposte all’intervista.

La mia intervista a Carl Brave sul suo nuovo album "Coraggio"

Classe ’89, romano de Roma, dapprima promessa del basket in serie B, poi promessa musicale. Oggi noto producer, cantante e cantautore: Carl Brave non è facile da inquadrare. E proprio per questo è interessante da scoprire, partendo dal suo ultimo album per poi spaziare andando oltre l’artista.

Qual è il brano dell’album a cui sei più legato?

Non ce n’è uno in particolare, sono legato a tutte le canzoni in maniera diversa. Ognuna ha un sound e un concept proprio, anche se sono tutte collegate dal fil rouge del mio stile. In base al mio umore ne ascolto una piuttosto che un’altra. Ad esempio se sono triste ascolto Gemelli, se sono fomentato ascolto Le Guardie, se è domenica e sono a casa ascolto Parli Parli, dipende dal mio stato d’animo.

A proposito di Parli Parli, com’è nata la collaborazione con Elodie?

Con Elodie ci siamo conosciuti al Forum (di Assago, MI, ndr.) al concerto di Gué dove entrambi eravamo ospiti. Ci siamo subito trovati bene, la stimavo già come artista e abbiamo detto facciamo una roba insieme. Tempo fa le mandai un altro pezzo che però non girava e non era perfetto per lei, finché abbiamo fatto ‘sta roba. Io ero a Miami tra l’altro, ero partito per lavorare sul mio disco. Alla fine uscì ‘sto pezzo un po’ Mina style, tra il classico e il moderno, a cui serviva una voce classica, elegante e forte e che potesse richiamare i valori degli artisti di quei tempi. 

Di questo brano è uscito subito il video, molto ricercato nella storia, nell’espressività recitativa e nella cura del dettaglio. Sei appassionato di cinema o recitazione?

L’abbiamo fatto con Borotalco, col grande regista Fabrizio Conte con cui avevo lavorato su ‘’Che poi’’, con Verdone e tutta la cricca.

Per essere appassionato di cinema devi essere studiato, io ho sempre guardato molti film e dai tempi sono fissato con Verdone e quel mondo che ci raccontano i nostri genitori. Io cerco spesso nei video di richiamare l’ambiente cinematografico e la recitazione, mi butto a fare ‘ste cose perché danno un colore in più sia al video che alla canzone. Se posso provare ad essere un po’ attore nel video, perché no.. è figo!

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Da liricista, come vivi il momento del concepimento di un testo? Com’è strutturata la tua fase produttiva/creativa? 

Guarda, in realtà è strutturata ogni volta in maniera diversa. Quando ho cominciato scrivevo solo dopo aver creato la base, magari di notte. Ora invece, essendo un lavoro, ci posso lavorare 24/7 e non ho più un modus operandi. Quando ho un’idea scrivo.

Ora posso scrivere anche senza base, metricamente ho un tempo in testa e lo tengo anche senza musica. 

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Questo disco su spotify rientra nella categoria Pop e non Rap, sembra quindi che anche il tuo pubblico cominci a dissociarti dal mero rap. Che ne pensi?

Io vorrei essere proprio avulso da ogni categoria, anche perché se vai a sentire il disco non è pop. All’interno ci sono tante sfumature di rap, trap, cantautorato, un po’ di pop e anche di techno se pensi a Guardie. Il mio pensiero va contro il voler etichettare per forza un disco o un artista. Però oggi funziona così, ti mettono in una playlist e devono darle un nome. Dovrebbero però darle molti nomi, se volessero fare le cose come si deve.  

Hai mai pensato di andare a Sanremo?

Penso che dipende dal tipo di pezzo che hai. Sanremo è una scelta difficile, ti dà tanto in ambito musicale, ti allarga il pubblico, ma ti toglie tranquillità nella vita personale, sei più sotto i riflettori e dà un altro tipo di immagine di te al tuo pubblico. Penso proprio che dipende dal pezzo.

Essendo tu anche producer, hai mai pensato di dedicarti maggiormente o esclusivamente a quello in futuro?

Tutti gli album che ho fatto sono autoprodotti da me partendo da Polaroid, ho già collaborato con Rkomi per Apnea e ho lavorato su Margarita di Elodie, comunque sì è una cosa che mi interessa molto. Diciamo che la vita del producer può essere molto più lunga di quella dell’artista, in quanto non ha proprio un personaggio suo e può portare il suo mondo in tante parti diverse.

Per approfondire:

Fratellì è un dipinto molto realistico sui problemi che porta l’uso di droga (cocaina). Di recente un tragico fatto di cronaca ha riportato l’attenzione sul discorso. Cosa diresti ai giovani per dissuaderli dalla curiosità, che purtroppo spesso ha la meglio sulla coscienziosità, verso questo mondo?

Ho fatto Fratellì apposta per parlare di una tematica forte come questa in maniera cruda, anche squallida, descrivendo il mondo della droga e delle dipendenze in quanto tale, perché è inutile negarlo: tutti i ragazzi direttamente o indirettamente, finiscono per conoscere quel mondo, chi più chi meno. È giusto far vedere ai giovani com’è quel mondo per davvero: un mondo squallido in cui ti puoi perdere, un mondo che può far venire psicosi, creare problemi non da poco. È importante non far passare il messaggio che con la droga si possa vivere tranquilli, perché non è cosi.

Da leggere:

Tuffo nel passato: Ricordando il tuo ruolo nello sport, quanto è rimasto del Carlo giocatore in serie B di Basket?

Le gambe non sono rimaste, le ginocchia so’ annate, ma è rimasto tanto. Per primo il mio modo di concepire l’allenamento, ora trasposto nel fare tante produzioni standoci ore e ore ogni giorno; poi sicuramente il lavoro di squadra. Non so se ti intendi di pallacanestro, io ero un playmaker: il playmaker deve chiamare lo schema per la persona che ha del vantaggio in quel momento. Il pivot, che è quello più alto, viene marcato da quello bassetto, tu chiami lo schema per lui perché sarà facilitato a tirare da sotto canestro.

Mi è rimasta ‘sta cosa di chiamare gli schemi nei live, ad esempio quando c’è un assolo e ti serve una sparata metti una tromba, se invece ti serve una roba più intima metti un pianista. Mi è rimasta anche nella produzione, ossia scegliere il musicista che calza a pennello per ogni tipologia di testo.

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 Ad oggi si stanno diffondendo sempre di più i podcast e spesso vi partecipano cantanti e rapper. Pensi siano un format efficace per permettere all’artista di farsi conoscere in modo più personale?

Non ascolto molto i podcast, però assolutamente sì, penso siano un ottimo strumento che permette all’artista di avvicinare il suo pubblico. Può scegliere delle canzoni da approfondire, parlare in maniera diretta. È roba che giova a far conoscere l’artista a 360 gradi.

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Qual è il tuo luogo speciale di Roma?

Sicuramente Trastevere, diciamo zona Santa Maria, è il mio posto del cuore nella mia città.

Conclusioni

Tirando le somme, Carl Brave non è certo un artista semplice e unilaterale. Al contrario, da questa intervista emerge la sua personalità poliedrica, la sua molteplicità d’interessi data da un background in cui si è affacciato a molte prospettive diverse. Il risultato? Non abbandonare un parte di sé quando si cambia strada, bensì portarsi dentro ogni nuova ricchezza e scoperta al fine di produrre un’arte matura che rispecchi la vera essenza dell’artista consapevole con tutte le sue sfaccettature.

Romana acquisita, studio economia alla ricerca di una concretezza che compensi l'immaterialità delle mie molteplici passioni.

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